“In ricordo di Davide”: a Betlemme inaugurato un campo dedicato ad Astori

Un nome e cognome scritti in grandi caratteri neri su un muro dove picchia forte il sole mentre i bambini giocano a calcio divertiti. E’ la dedica a Davide Astori, il capitano della Fiorentina scomparso prematuramente oltre un anno fa. Il suo ricordo ha ispirato un progetto che ha portato all’inaugurazione di un nuovissimo campo di calcio in erba sintetica nel cuore di Betlemme, città palestinese poco lontano dalla Chiesa della Natività dove secondo la tradizione cristiana più di duemila anni fa è nato Gesù.

Federico Chiesa gioca con i bambini di Betlemme nel giorno dell’inaugurazione del campo dedicato a Davide Astori (foto Elia Milani)

Il progetto, ideato da Assist for Peace, è stato realizzato grazie al finanziamento di Cagliari e Fiorentina, le due squadre dove Astori ha militato più a lungo. Alla cerimonia di inaugurazione tanti giocatori e dirigenti delle due squadre di Serie A che hanno ricordato un compagno di squadra e un amico che ora non c’è più. Tra loro anche i due giocatori della Nazionale Federico Chiesa e Niccolò Barella che con il sorriso hanno giocato insieme ai bambini e ai ragazzi della città.
 

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“Era la volontà di Davide creare questo campetto di calcio”, ci racconta cercando di trattenere le lacrime Renato, il papà di Astori mentre Anna, la mamma, non riesce quasi a parlare tanta è l’emozione.
“Davide avrebbe voluto essere qui a giocare con questi bambini che hanno un gran bisogno di pace”, dicono i fratelli Marco e Bruno.

Prima dell’inizio dei lavori a fine marzo, quello che è ora un moderno impianto sportivo, era un ammasso di erbacce e pietre. 

Samir e Butrus, due ragazzi cristiani di Betlemme, giocano a calcio nel campo di Betlemme prima del restauro

“Eravamo costretti a giocare schivando i sassi e le porte arrugginite ribaltate a terra”, raccontano Samir e Butrus, due ragazzini cristiani di Betlemme. “Da oggi invece possiamo divertirci su un vero campo da calcio”.

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La cupola d’oro e la moschea remota, viaggio nel terzo luogo più sacro per i musulmani

E’ forse l’edificio più simbolico di tutta Gerusalemme. È la cupola dorata che ogni giorno, riflette il sole che illumina la Città Santa. Gli arabi la chiamano Qubbat as Sahra, la cupola della roccia, simbolo della Gerusalemme musulmana che domina uno dei luoghi più contesi della terra.

Cupola della Roccia, Gerusalemme (foto Elia Milani)

La cupola è parte della Moschea di Al Aqsa, il cuore di quello che i musulmani chiamano Al Haram al Sharif, la Spianata delle Moschee, considerato dai fedeli il terzo luogo più importante del mondo dopo la Mecca e Medina, in Arabia Saudita.

“Una preghiera alla Moschea di Al Aqsa vale come 500 preghiere dette nelle altre moschee di Gerusalemme”, ci racconta Mustafa Abu Sway, imam di Al Aqsa e membro del Waqf, la fondazione giordana che amministra i luoghi santi di Gerusalemme.

Mustafa è un esperto dell’imam Al Ghazali, teologo e filosofo persiano del XI secolo, figura chiave nella storia del pensiero islamico. Camminando insieme a lui sotto la cupola dorata ammiriamo la perfezione architettonica dell’edificio dove sono continui i richiami allo scorrere del tempo: le 52 finestre rappresentano le settimane dell’anno; i 24 archi, le ore del giorno; le 12 colonne, i mesi, e i 4 pilastri di sostegno, le stagioni.

“Nelle decorazioni dentro la Cupola della Roccia compaiono moltissimi versetti del Corano che non rendono omaggio solo a Maometto ma a tutti i 25 profeti riconosciuti dall’Islam: tra loro anche Abramo, Mosè e Gesù”, ci spiega Mustafa.

Mustafa Abu Sway, imam alla Moschea di Al Aqsa e membro del Waqf, la fondazione giordana che amministra i luoghi santi di Gerusalemme (foto Elia Milani)

Questo luogo è considerato sacro anche dagli ebrei che lo chiamano Monte del Tempio: secondo la tradizione ebraica qui si trova la pietra della fondazione a partire dalla quale Dio ha creato il mondo; qui Abramo ha tentato di sacrificare il figlio Isacco e qui è stato costruito il Tempio di Salomone che ospitava l’Arca dell’alleanza al cui interno c’erano le tavole dei dieci comandamenti.

Nel VII secolo durante la grande espansione dell’Islam dopo la morte di Maometto le truppe musulmane conquistarono Gerusalemme, allora città cristiana. Si racconta che il Sultano Abd Al Malik, arrivato nella Città Santa, vedendo la bellezza della cupola del Santo Sepolcro fu colto dal timore che potesse abbagliare le menti dei musulmani spingendoli sulla via del cristianesimo: nel 691 decise di costruire un edificio meraviglioso in modo da rendere visibile a tutti la presenza dell’Islam in città.

Dettaglio del minbar, il pulpito della moschea di Al Aqsa, portato dal Saldino da Aleppo a Gerusalemme nel 1187 (foto Elia Milani)

Per i musulmani ogni singolo metro della Spianata è considerato sacro: la diciasettesima Sura del Corano racconta di un lungo viaggio notturno compiuto da Maometto a bordo di Buraq, un cavallo alato con la testa di donna che ha trasportato il profeta “dalla Moschea Santa alla Moschea Remota”, luoghi identificati in seguito rispettivamente con la Kabaa della Mecca e la Spianata di Gerusalemme.

Normalmente solo i fedeli musulmani possono entrare nella Cupola della Roccia e dentro la Moschea di Al Aqsa, ma con un permesso rilasciato dal Waqf siamo riusciti a visitare questi luoghi unici, come potete vedere nella puntata della rubrica di Tgcom24 “A Gerusaelmme liberata” dedicata alla Spianata delle Moschee.

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Storia e segreti del Muro del Pianto

In ebraico viene chiamato Kotel, in inglese è Western Wall, muro occidentale, in italiano è semplicemente Muro del Pianto. Parole diverse per indicare lo stesso luogo, il più sacro per gli ebrei di tutto il mondo. 

Il Muro del Pianto e la Cupola della Roccia, Gerusalemme (foto Elia Milani)

Ogni anno centinaia di migliaia di turisti e fedeli in visita a Gerusalemme vengono fino a qui. La maggior parte di loro si ferma nella Western Wall Plaza, la piazza di fronte al Muro.

La storia e le guerre hanno modificato la geografia di questo luogo. Del muro occidentale costruito da Re Erode, lungo 488 metri, è oggi visibile dall’esterno solo una parte lunga 57 metri: per vedere la parte nascosta bisogna addentrarsi nei tunnel che oggi si trovano sotto il quartiere musulmano e che sono stati costruiti in epoche lontane.

Uno dei tunnel del Muro del Pianto che si trova sotto il quartiere musulmano della Città Vecchia di Gerusalemme (foto Elia Milani)

Nel nostro viaggio, andato in onda nella rubrica di Tgcom24 “A Gerusaelmme liberata”, non solo abbiamo percorso gli stretti tunnel sotterranei ma abbiamo anche incontrato gli ebrei ultraortodossi che gestiscono l’area di preghiera e le “Women of the Wall”, le donne del Muro, che da anni lottano per avere gli stessi diritti degli uomini nella zona sacra.

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Viaggio nei quattro quartieri della Città Vecchia di Gerusalemme

Un chilometro quadrato denso di storia. Uno spazio circondato da mura costruite nel XVI secolo dal Sultano Ottomano Solimano il Magnifico che ancora oggi racchiudono i luoghi più sacri per cristiani, musulmani ed ebrei. E’ la città vecchia di Gerusalemme, il cuore di tutta la Terra Santa.

Vista sulla città vecchia di Gerusalemme dalla Torre di Davide (foto Elia Milani)

Attraversata da strette vie in cui è facile perdersi, la città vecchia è un mondo diviso in quattro, tanti quanti sono i quartieri che la compognono: il quartiere cristiano ruota attorno al Santo Sepolcro; quello musulmano si trova a pochi metri dalla Cupola della Roccia; quello ebraico è a pochi passi dal Muro del Pianto mentre il quartiere armeno è costruito attorno alla Cattedrale di San Giacomo.

La mappa della città vecchi adi Gerusalemme (foto Elia Milani)

Fra Jad, frate francescano della Custodia di Terra Santa, mi ha accompagnato per i vicoli del quartiere cristiano dove è nato e cresciuto. Khaled e Abu Samir mi hanno mostrato l’arte della produzione di dolci e dei prodotti di madre perla venduti nel quartiere musulmano, il più grande di tutta la città. Shoshi, ebrea americana, mi ha portato nei vicoli nascosti del quartiere ebraico, mentre George è stato il “Cicerone” nei poco conosciuti cortili del quartiere armeno, chiusi ai turisti. Sono loro i protagonisti del reportage che ho preparato per “A Gerusalemme Liberata” la rubrica di Tgcom24.

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Muri, droga e spazzatura: viaggio a Shuafat, l’unico campo profughi dentro Gerusalemme

La macchina svolta a destra, prende una curva e si dirige verso il check point sorvegliato dai soldati israeliani. Alle loro spalle il muro alto nove metri circonda su più lati uno spazio pieno di camion, negozi e venditori ambulanti.

“Questa è la terra di nessuno”, ci racconta Marco, 37enne di Bolzano e project manager di Cesvi, Ong italiana attiva in loco. “La vera entrata del campo di Shuafat si trova laggiù”.

A darci il benvenuto è quella che in gergo tecnico i lavoratori delle Ong chiamano “transfer station”, una piccola discarica a cielo aperto dove finisce tutta la spazzatura del campo.

L’ingresso del campo profughi di Shuafat (foto Elia Milani)

“La particolarità del campo profughi di Shuafat è che si trova dentro i confini di Gerusalemme, ma è separato dal resto della città dal muro di separazione”, ci spiega Tasneem, giovane palestinese collega del ragazzo trentino.

Marco e Tasneem della Ong italiana Cesvi mostrano la mappa del campo profughi di Shuafat (foto Elia Milani)

Il campo profughi è stato fondato dalla Giordania nel 1965 per diminuire il sovraffollamento nella città vecchia di Gerusalemme allora abitata da moltissimi palestinesi, quelli costretti a lasciare le loro case dopo la nascita dello stato di Israele nel 1948. In quegli anni la città vecchia era sotto il controllo del Regno Hashemita: solo nel ’67, durante la guerra dei Sei Giorni, Israele ha preso il controllo di tutta la Cisgiordania e di Gerusalemme Est, compresa l’area di Shuafat. Ecco spiegato perchè qui i nomi delle vie – scritte bianche su sfondo azzurro – sono sia in arabo che in ebraico, cosa impensabile in ogni altro campo profughi palestinese.

Via della Awqaf n°4, campo profughi di Shuafat – Sopra la scritta in arabo, sotto quella in ebraico (foto Elia Milani)

“Secondo l’agenzia Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi (Unrwa) nel campo vivono 26mila persone”, racconta Marco. “Secondo i nostri calcoli invece ci sono tra i 13 e i 15mila residenti: tanti palestinesi fanno finta di vivere qui solo per mantenere il documento israeliano che gli permette di muoversi liberamente in tutta Israele… ma in realtà si sono trasferiti altrove”.

Poichè il campo si trova in territorio controllato da Israele (terra occupata secondo la comunità internazionale) i residenti palestinesi possiedono il “blue ID”, il documento di identità che gli consente di muoversi all’interno dello Stato Ebraico senza dover ogni volta chiedere permessi speciali alle autorità israeliane – cosa che invece devono fare tutti i palestinesi che vivono in Cisgordania e Gaza.

Le case del campo profughi di Shuafat (foto Elia Milani)

“Molte persone nate qui si sono trasferite in altre città della Cisgiordania come Ramallah”, racconta sorridendeo Emad, palestinese nato nel campo e membro di Overseas, la seconda Ong italiana attiva in loco. “Per evitare di essere scoperti dalla polizia questi palestinesi tornano ogni tanto nella loro vecchia casa per riempire il frigo o cambiare i vestiti negli armadi… per far sembrare la loro casa abitata. Se vengono scoperti rischiano che gli venga tolto il documento”.

Emad, dipendente della Ong italiana Overseas, nell’ufficio dentro al campo profughi di Shuafat (foto Elia Milani)

Libertà di movimento per le persone del campo significa maggiore facilità di trovare lavoro. Per i più grandi ma anche per i più giovani. “Molti ragazzi a 14 o 15 anni abbandonano la scuola per andare in cerca di un impiego nelle vicine città Israeliane”, racconta Tasneem. “Meglio guadagnare qualche shekel piuttosto che frequentare le lezioni in classe”.

Giovani studentesse appena uscite dalla scuola dentro il campo di Shuafat (foto Elia Milani)

Per quanto preoccupante, quello dell’istruzione non è il problema più serio a Shuafat. “Lì dentro c’è la mafia”, mi dice Ibrahim, un palestinese che oggi vive nel sud di Gerusalemme ma che ha ancora i parenti dentro al campo. “Puoi trovare droga ovunque: Shuafat è una specie di supermarket”.

I report dei giornali locali parlano dei più svariati traffici illeciti gestiti da individui che approfittano dell’assenza di ordine.

“Nel campo puoi trovare hashish, marijuana, cocaina ma anche un sacco di armi”, racconta Emad. “Non c’è polizia che controlla: le forze dell’ordine palestinesi non hanno il permesso di operare perchè il campo è formalmente in un’area controllata da Israele. E nemmeno la polizia israeliana è presente. Certo capita che l’esercito effettui arresti o qualche retata… e quando succede è meglio stare alla larga, la situazione diventa pesante”.

Scritte in arabo dentro il campo di Shuafat che inneggiano ad Hamas. Sul muro è scritto: “Il nostro Islam è alla base della nostra jihad, le nostre armi sono il piombo della nostra organizzazione. Hamas è la nostra base. Allahu akbar” (foto Elia Milani)

Oggi però tutto sembra tranquillo. I bambini chiedono di essere fotografati. I ragazzi più grandi ti guardano con sospetto misto a curiosità. Alcuni dicono “shalom” pensando che io sia israeliano. Ma appena Mohammed, un ragazzo sui 16 anni, scopre che sono di Milano mi chiede sorridendo: “Mi porti con te in Italia?”.

Bambini curiosi sbucano dalle vie che formano i dedali del campo. Le ampie strade di un tempo hanno lasciato il posto a vicoli sempre più stretti. All’inizio si contavano 500 unità abitative, poi la gente ha iniziato a costruire.

“Un tempo le vecchie case erano tutte a un piano”, racconta Emad dirigendosi verso un muro dipinto di viola. “Dietro questa porta c’era il mio appartamento: sette metri per quindici, una misura standard per tutte le case di allora”. 

Ora tutto è cambiato, le case sono ‘cresciute’. Il campo, non potendosi espandere in larghezza, si è sviluppato verso l’alto. “Un modo per essere sempre più vicini a Dio”, scherza Emad.

Sui muri delle case tanti graffiti in arabo. Tra i nomi dei calciatori e qualche insulto a Israele anche versi che parlano di jihad, lotta armata e che inneggiano ad Hamas. 

Cavi elettrici si intrecciano in uno dei tanti vicoli del campo (foto Elia Milani)

In questo mix di emarginazione e rischio estremismo Unrwa e le Ong italiane (Cesvi e Overseas) fanno di tutto per rendere il campo il più vivibile possibile. “Ora stiamo lavorando a un progetto per ottimizzare la gestione dei rifiuti e per sensibilizzare le persone su temi legati all’inquinamento”, spiega Marco. “Un lavoro che punta anche a migliorare le condizioni igieniche dell’area. I risultati non saranno immediati: serve lavoro e pazienza”.

Tasneem vicino al muro di separazione del campo profughi di Shuafat (foto Elia Milani)

Tanta pazienza perchè spesso molti residenti di Gerusalemme Est usano la “transfer station” del campo per buttare anche i loro rifiuti. “Lo fanno perchè i servizi nei loro quartieri sono scarsi e sanno che qui c’è qualche organizzazione internazionale che se ne occupa”, continua amareggiato il giovane trentino. 

In questo modo i problemi si moltiplicano giorno dopo giorno. “Le tubature delle fogne del campo vengono controllate dall’Onu ma molte case sono state costruite oltre i limiti consentiti dove le Nazioni Unite non hanno il diritto ad operare: lì la situazione è disastrosa”, dice rassegnata Tasneem.

Il limite del campo profughi: oltre il confine c’è il territorio israeliano dove l’Onu non può operare (foto Elia Milani)

La scorsa primavera le forti piogge e la mancanza di un sistema fognario adeguato hanno fatto crollare una parte del muro di separazione. “Per Israele la sicurezza è la priorità”, conclude Marco. “Il muro crollato è stato ricostruito in poche ore”.

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“La ragazza di Homs”: una storia d’amore tra guerra, migrazioni e speranza

Leila è una ragazza siriana disposta a tutto per seguire l’amore e per mettere in salvo la sua famiglia in fuga dalla guerra. Una ragazza forte e determinata che si lascia bruciare dalle passioni: quella per la libertà (che la spinge a unirsi alle prime proteste anti Assad) e quella per il suo fidanzato Bilal.
Leila è un personaggio di fantasia ispirato a una persona vera, la protagonista del romanzo “La ragazza di Homs“, scritto dalla giornalista italo siriana Susan Dabbous.

“Dietro a Leila c’è Bir, una ragazza in carne e ossa che ho conosciuto”, racconta la giornalista durante la presentazione del suo libro in un elegante salotto a Gerusalemme Est. “Tutti i nomi delle persone presenti nel libro sono inventati ma i fatti che descrivo sono realmente accaduti a uomini e donne che ho incontrato nel corso dei miei anni passati in Medio Oriente e in Italia”.

Susan Dabbous durante la presentazione del libro “La ragazza di Homs” a Gerusalemme (foto Giona Messina)

Homs, Beirut, Tripoli. Poi Lampedusa, Palermo e Milano. Sono i luoghi di Leila che fanno da sfondo all’odissea (sua e della sua famiglia) che rappresenta in modo paradigmatico il dramma e la speranza di un popolo. Continua a leggere

Ebrei e musulmani per una volta d’accordo: niente scommesse sul Mondiale di calcio

Da giorni sono entrato in pieno mood Mondiale. Cerco di non perdermi nemmeno una partita (guardandone anche più di una in contemporanea: una in tv, l’altra sul pc). Forte delle mie convinzioni da pseudo-esperto maturate davanti allo schermo – mentre ascolto telecronache in inglese, arabo, ebraico o francese – ho deciso di scommetere.

Le partite Portogallo-Iran e Spagna-Marocco viste in contemporanea su pc e tv (foto Elia Milani)

Questa sera c’è Germania-Svezia e sono convinto che i tedeschi perderanno. Non avendo un account su un sito di scommesse online decido di iscrivermi al portale italiano della Snai: l’obiettivo è puntare sulla vittoria secca della Svezia.

Schermata della pagina della Snai dopo il tentativo di creare un nuovo account da Israele

Dopo aver complilato il lungo modulo di iscrizione, sullo schermo del pc compare una schermata di errore: “blocco per utente non autorizzato”. Inserisco di nuovo i miei dati sperando in un errore momentaneo del sistema mentre la partita tra svedesi e tedeschi ormai è iniziata. All’improvviso mi accorgo di una scritta in fondo alla pagina che mette fine, prima ancora di inizare, alla mia carriera da gambler dal Medio Oriente.

Messaggio comparso sul sito della Snai dopo il tentativo di creare un nuovo account da Israele

Mio malgrado scopro che le scommesse online qui in Israele sono vietate.

“Secondo molte fonti ebraiche giocare d’azzardo è paragonabile al furto”, mi racconta Pier Paolo Punturello, rabbino napoletano che vive a Gerusalemme. “Una vita passata a scommettere non è considerata onorevole: c’è il rischio della dipendenza che può portare a vere e proprie malattie. Già i maestri del Talmud medievali mettevano in guardia dal non giocare ai dadi o a carte invitando a guadagnarsi da vivere nel modo più onesto: attraverso il lavoro”.

Ricevitoria per il gioco del lotto in Jaffa Street, Gerusalemme (foto Elia Milani)

Una delle poche forme di scommesse tollerate in Israele è il lotto. Tutte le città israeliane sono costellate da piccoli gabbiotti arancioni, le uniche ricevitorie autorizzate dove è possibile giocare alla lotteria e a moltre sue varianti. 

Ricevitoria per il gioco del lotto in Jaffa Street, Gerusalemme (foto Elia Milani)

Nessuna possibilità di scommettere sul Mondiale di Russia da Israele. Lo stesso succede nelle terre palestinesi. “La seconda e quinta sura del Corano – quelle della Giovenca e della Tavola imbandita – sono molto chiare: il gioco d’azzardo è opera di Satana e rischia di seminare odio tra le persone e allontanarle dal pensiero di Allah”, mi spiega Mustafa Abu Sway, imam di Gerusalemme. “Se per salvare la propria vita è possibile violare alcune norme islamiche (come il divieto di mangiare carne di maiale se si è in pericolo di vita) con le scommesse il divieto è totale. Nemmeno il lotto è accettato: l’unico modo per fare soldi è attraverso il lavoro”. 

Eppure proprio in territorio palestinese molti ricordano il casinò Oasis di Gerico, aperto nel settembre del 1998 vicino al confine con la Giordania, ai piedi di quel Monte delle Tentazioni, dove, secondo i Vangeli, Gesù venne tentato dal Diavolo. Quel casinò (gestito da una società israeliana) attraeva moltissimi turisti (soprattutto israeliani) amanti del gioco e portava nelle casse palestinesi il 30% dei guadagni della struttura, versati come tassa dalla società israeliana.

“Il progetto dell’Oasis a Gerico, avvallato da Arafat, è stato sempre criticato dai leader religiosi musulmani”, ricorda l’imam Mustafa. Il casinò ha chiuso nel 2000, all’inizio della Seconda Intifada. Lì vicino è stato aperto l’Oasis Hotel, un grande albergo con piscina ma privo di roulette, croupier e black jack.

Il casinò Oasis di Gerico il giorno dell’apertura agli ospiti Vip prima dell’inaugurazione ufficiale, settembre 1998

Mio malgrado ho così scoperto quanto vadano d’amore e d’accordo ebrei e musulmani nel condannare il gioco d’azzardo. Impossibilitato a scommettere sul Mondiale, non mi resta che tifare. 

Post scriptum – Non essere riuscito a scommettere mi ha portato fortuna. Il mio pronostico su Svezia-Germania è stato smentito: i tedeschi hanno vinto la partita grazie a un gol segnato al 95′.

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La mossa di Trump e il rischio di un conflitto tra Israele e Iran

“Una situazione complessa”. Una frase diplomatica usata dal presidente russo Vladimir Putin per dire che in Medio Oriente si rischia una guerra regionale con esiti impossibili da prevedere. Il leader del Cremlino ha ricevuto oggi a Mosca il premier israeliano Netanyahu durante il 73esimo anniversario della Giornata della Vittoria che celebra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la sconfitta del nazismo.

L’incontro tra Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu a Mosca

Dopo la parata nella Piazza Rossa Putin ha parlato con il premier israeliano di Siria e Iran, i due fronti caldi che rischiano di far ripiombare il Medio Oriente nel caos. Perché dopo la decisione di Trump di uscire dall’accordo sul nucleare firmato con la Repubblica Islamica nel 2015 la regione ribolle e i conflitti tra nemici storici si acuiscono. Continua a leggere

Al confine tra Israele e Libano: tra bunker antimissile, cecchini e un nuovo muro di protezione

Betzalel ha 65 anni, una lunga barba grigia e occhiali da sole da cui non si separa mai. “Vedi quella casa laggiù”, mi dice indicando la cima di una collinetta distante 300 metri. “L’hanno appena costruita: dentro ci sono i cecchini”.
Betzalel vive a Misgav Am, un piccolo kibbutz nel nord di Israele a pochi metri dal confine con il Libano: 350 residenti e oltre 30 bunker antimissile.

Betzalel Lev-Tov, residente a MIsgav Am, un kibbutz sul confine tra Israele e Libano (Elia Milani)

“Dentro un bunker puoi vivere tutta la vita”, dice sorridendo mentre scendiamo le scale dirette al rifugio. “Qui c’è tutto: la doccia, un bagno, cibo, la televisione. Ora ci troviamo in un bunker pensato per i più piccoli”. Ci mostra i giocattoli e le palline colorate che riempiono la stanza: oggetti indispensabili per intrattenere i bambini del vicino asilo che in caso di attacco sono stati istruiti su come mettersi al riparo.

   — IL VIDEO DEL VIAGGIO AL CONFINE TRA ISRAELE E LIBANO —

Israele da una parte, il Libano dall’altra. Due paesi nemici che si fronteggiano lungo il confine dove è ancora vivo il ricordo delle guerre del 1982 e del 2006. Il sud del Paese dei Cedri è controllato da Hezbollah: il “partito di Dio” fa parte del governo di Beirut ma più di tutti gli altri gruppi politici libanesi minaccia Israele attraverso i velenosi proclami del suo leader Hassan Nasrallah.

Oltre la rete, le colline del Libano (Elia Milani)

“In tutta quest’area ci sono 280 villaggi controllati da Hezbollah e dal regime iraniano”, racconta Betzalel mentre mostra una vasta area oltre la rete di recinzione. “Hanno scavato bunker da cui possono lanciare missili con un raggio di 350 km. Paradossalmente è più sicuro stare qui piuttosto che a Tel Aviv o Haifa: se vogliono colpirci non sprecano certo un missile da una tonnellata e mezza… contro di noi possono usare semplici mortai, lancia razzi o i cecchini”.

Dal racconto di Betzalel non traspare nessuna preoccupazione. “Mi chiedi se ho paura? Ho paura della mia seconda moglie non di Hezbollah”, ci dice sorridendo. Perché a tutto questo lui è abituato. Da oltre 40 anni vive sulla propria pelle la tensione tra i due paesi. E ci tiene a ripetere che “la situazione da 12 anni non è mai stata così tranquilla”.

Un soldato dell’UNIFIL segue la costruzione della nuova parte del muro voluto da Israele iniziata lo scorso febbraio (Reuters)

Dopo la guerra del 2006 molte cose sono cambiate. Sul confine sono tornati i caschi blu della missione UNIFIL, la forza di interposizione Onu, che opera nell’area con 10.460 soldati da 41 paesi, 1100 dei quali sono italiani.

“La retorica che si legge nei giornali non corrisponde alla verità, qui la situazione è tranquilla”, ci dice Andrea Tenenti, portavoce dell’UNIFIL. “In tutti i nostri pattugliamenti, più di 450 giorno e notte, a piedi, con veicoli o con elicotteri non abbiamo visto una situazione tale da farci sospettare che ci siano armi che entrano nel sud del paese”.

Il riferimento è alle accuse lanciate dal governo di Gerusalemme nelle settimane scorse. Secondo i militari israeliani Hezbollah – con l’aiuto dell’Iran – starebbe trasformando il sud del Libano in una fabbrica di armi pronta a colpire Israele.

Una bandiera di Hezbollah sventola vicino al confine con Israele (AFP)

“Oggi Hezbollah può mettere in atto cyber-attacchi o colpire con i droni: possiede una tecnologia che non aveva 12 anni fa”. A parlare è Kobi Marom, ex comandante dell’esercito israeliano ora esperto di sicurezza. “I miliziani sono arretrati di qualche chilometro dopo la guerra del 2006 e hanno costruito bunker, tunnel e siti per i missili sotto le case di civili o anche sotto scuole e ospedali: ma noi sappiamo esattamente dove si trovano tutti questi nascondigli”. Come a dire che in caso di conflitto i jet di Gerusalemme sarebbero in grado di colpire chirurgicamente.

Il muro di protezione lungo 1.2 km è stato costruito da Israele nel 2012 vicino al confine: da febbraio è in fase di ampliamento. Subito dietro la barriera è possibile vedere una moschea libanese (Elia Milani).

Intanto per ridurre il rischio infiltrazioni nemiche il governo di Israele ha deciso di ampliare il muro di protezione costruito nel 2012 che corre per oltre un chilometro lungo il confine. A inizio febbraio le ruspe e gli operai – sotto l’occhio attento dell’UNIFIL – hanno iniziato a ampliare la barriera alta sette metri attrezzata con telecamere e sensori di movimento.

Ma pochi giorni fa un ragazzo libanese con problemi psichici è riuscito ad attraversare il confine e ad entrare a Metula, una piccola città israeliana a pochi metri dal muro. E’ stato interrogato e rimandato indietro immediatamente. 

“Capita che i sostenitori di Hezbollah vengano a sventolare le loro bandiere al confine”, ci racconta Rut, diciottenne che lavora in una boutique hotel in stile Bauhaus nel centro di Metula. “Poco tempo fa Hezbollah ha piantato una bandiera con una scritta in arabo: ‘attenti stiamo arrivando’. Per assicurarsi che capissimo il messaggio lo hanno scritto anche in ebraico”.

Rut, 18 anni, vive a Metula, una piccola città a pochi metri dal confine con il Libano (Elia Milani)

Ma Rut, nonostante la giovane età, è abituata alle minacce. Non ha paura perché, come ripete, niente è come la guerra, quella vera, che ha sperimentato nel 2006. “Avevo sei anni ed ero a giocare nel salotto quando un gruppo di soldati israeliani è entrato in casa e mi ha detto di andarmene: da quel momento tutto l’edificio era sotto il controllo dell’esercito”.

Dodici anni dopo quella guerra durata 34 giorni ora sul confine regna una calma apparente. “Io oggi sono serena… e sono sicura che anche dall’altra parte ci siano persone come me, che non vogliono una guerra ma solo essere felici e godersi la vita”.

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Isaac, il sopravvissuto alla Shoah costretto a vendere accendini per le strade di Israele

Come ogni mattina Isaac si sveglia, fa colazione con la moglie Golda mentre accarezza i suoi gatti Shula e Lucky. Insieme all’inseparabile bastone esce dal suo appartamento al quarto piano di una palazzina alla periferia di Beer Sheva e, a fatica, scende le sette rampe di scale spingendo avanti a sé il carrello pieno di oggetti che spera di vendere per strada durante il corso della giornata.

Isaac, Beer Sheva, gennaio 2018

“Ogni giorno, dal mattino, mi metto a vendere penne, pile e accendini per portare a casa qualche soldo in più”, racconta Isaac mentre sistema su una coperta marrone i barattoli pieni di oggetti comprati a uno shekel e rivenduti a due. “Qui a Beer Sheva c’è una grande università e molti studenti si fermano a comprare qualcosa. Al giorno porto a casa l’equivalente di 10-15 euro”.

Isaac è un superstite della Shoah, uno degli 85mila ebrei sopravvissuti all’Olocausto che vivono sotto la soglia di povertà. E a 81 anni non avrebbe mai pensato di finire a vendere accendini per strada. 

Isaac Segal, 81 anni, sopravvissuto alla Shoah

Oggi Isaac è malato e non ce la fa ad arrivare a quella che chiama “la sua postazione”, il supermercato a 300 metri da casa dove tutti lo conoscono. “La gente gli vuole bene, gli compra spesso qualcosa da mangiare”, racconta la commessa Hanna. “Fa male vedere una persona con la sua storia costretta a fare l’ambulante”.

“Molti gli fanno piccole offerte”, dice Bar, giovane addetto alla sicurezza. “A quel punto lui inizia a raccontare lunghe storie sull’Olocausto e su quello che ha passato quando era in Romania durante la guerra”.

CLICCA E GUARDA IL VIDEO DELLA STORIA DI ISAAC

Perché prima di diventare un povero anziano costretto a fare il venditore ambulante per comprarsi da mangiare Isaac ha provato sulla sua pelle la vera sofferenza: aveva 8 anni quando la seconda guerra mondiale ha sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia.

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