Ebrei e musulmani per una volta d’accordo: niente scommesse sul Mondiale di calcio

Da giorni sono entrato in pieno mood Mondiale. Cerco di non perdermi nemmeno una partita (guardandone anche più di una in contemporanea: una in tv, l’altra sul pc). Forte delle mie convinzioni da pseudo-esperto maturate davanti allo schermo – mentre ascolto telecronache in inglese, arabo, ebraico o francese – ho deciso di scommetere.

Le partite Portogallo-Iran e Spagna-Marocco viste in contemporanea su pc e tv (foto @Elia Milani)

Questa sera c’è Germania-Svezia e sono convinto che i tedeschi perderanno. Non avendo un account su un sito di scommesse online decido di iscrivermi al portale italiano della Snai: l’obiettivo è puntare sulla vittoria secca della Svezia.

Schermata della pagina della Snai dopo il tentativo di creare un nuovo account da Israele

Dopo aver complilato il lungo modulo di iscrizione, sullo schermo del pc compare una schermata di errore: “blocco per utente non autorizzato”. Inserisco di nuovo i miei dati sperando in un errore momentaneo del sistema mentre la partita tra svedesi e tedeschi ormai è iniziata. All’improvviso mi accorgo di una scritta in fondo alla pagina che mette fine, prima ancora di inizare, alla mia carriera da gambler dal Medio Oriente.

Messaggio comparso sul sito della Snai dopo il tentativo di creare un nuovo account da Israele

Mio malgrado scopro che le scommesse online qui in Israele sono vietate.

“Secondo molte fonti ebraiche giocare d’azzardo è paragonabile al furto”, mi racconta Pier Paolo Punturello, rabbino napoletano che vive a Gerusalemme. “Una vita passata a scommettere non è considerata onorevole: c’è il rischio della dipendenza che può portare a vere e proprie malattie. Già i maestri del Talmud medievali mettevano in guardia dal non giocare ai dadi o a carte invitando a guadagnarsi da vivere nel modo più onesto: attraverso il lavoro”.

Ricevitoria per il gioco del lotto in Jaffa Street, Gerusalemme (foto @Elia Milani)

Una delle poche forme di scommesse tollerate in Israele è il lotto. Tutte le città israeliane sono costellate da piccoli gabbiotti arancioni, le uniche ricevitorie autorizzate dove è possibile giocare alla lotteria e a moltre sue varianti. 

Ricevitoria per il gioco del lotto in Jaffa Street, Gerusalemme (foto @Elia Milani)

Nessuna possibilità di scommettere sul Mondiale di Russia da Israele. Lo stesso succede nelle terre palestinesi. “La seconda e quinta sura del Corano – quelle della Giovenca e della Tavola imbandita – sono molto chiare: il gioco d’azzardo è opera di Satana e rischia di seminare odio tra le persone e allontanarle dal pensiero di Allah”, mi spiega Mustafa Abu Sway, imam di Gerusalemme. “Se per salvare la propria vita è possibile violare alcune norme islamiche (come il divieto di mangiare carne di maiale se si è in pericolo di vita) con le scommesse il divieto è totale. Nemmeno il lotto è accettato: l’unico modo per fare soldi è attraverso il lavoro”. 

Eppure proprio in territorio palestinese molti ricordano il casinò Oasis di Gerico, aperto nel settembre del 1998 vicino al confine con la Giordania, ai piedi di quel Monte delle Tentazioni, dove, secondo i Vangeli, Gesù venne tentato dal Diavolo. Quel casinò (gestito da una società israeliana) attraeva moltissimi turisti (soprattutto israeliani) amanti del gioco e portava nelle casse palestinesi il 30% dei guadagni della struttura, versati come tassa dalla società israeliana.

“Il progetto dell’Oasis a Gerico, avvallato da Arafat, è stato sempre criticato dai leader religiosi musulmani”, ricorda l’imam Mustafa. Il casinò ha chiuso nel 2000, all’inizio della Seconda Intifada. Lì vicino è stato aperto l’Oasis Hotel, un grande albergo con piscina ma privo di roulette, croupier e black jack.

Il casinò Oasis di Gerico il giorno dell’apertura agli ospiti Vip prima dell’inaugurazione ufficiale, settembre 1998

Mio malgrado ho così scoperto quanto vadano d’amore e d’accordo ebrei e musulmani nel condannare il gioco d’azzardo. Impossibilitato a scommettere sul Mondiale, non mi resta che tifare. 

Post scriptum – Non essere riuscito a scommettere mi ha portato fortuna. Il mio pronostico su Svezia-Germania è stato smentito: i tedeschi hanno vinto la partita grazie a un gol segnato al 95′.

twitter@elia_milani

Al confine tra Israele e Libano: tra bunker antimissile, cecchini e un nuovo muro di protezione

Betzalel ha 65 anni, una lunga barba grigia e occhiali da sole da cui non si separa mai. “Vedi quella casa laggiù”, mi dice indicando la cima di una collinetta distante 300 metri. “L’hanno appena costruita: dentro ci sono i cecchini”.
Betzalel vive a Misgav Am, un piccolo kibbutz nel nord di Israele a pochi metri dal confine con il Libano: 350 residenti e oltre 30 bunker antimissile.

Betzalel Lev-Tov, residente a MIsgav Am, un kibbutz sul confine tra Israele e Libano (Elia Milani)

“Dentro un bunker puoi vivere tutta la vita”, dice sorridendo mentre scendiamo le scale dirette al rifugio. “Qui c’è tutto: la doccia, un bagno, cibo, la televisione. Ora ci troviamo in un bunker pensato per i più piccoli”. Ci mostra i giocattoli e le palline colorate che riempiono la stanza: oggetti indispensabili per intrattenere i bambini del vicino asilo che in caso di attacco sono stati istruiti su come mettersi al riparo.

   — IL VIDEO DEL VIAGGIO AL CONFINE TRA ISRAELE E LIBANO —

Israele da una parte, il Libano dall’altra. Due paesi nemici che si fronteggiano lungo il confine dove è ancora vivo il ricordo delle guerre del 1982 e del 2006. Il sud del Paese dei Cedri è controllato da Hezbollah: il “partito di Dio” fa parte del governo di Beirut ma più di tutti gli altri gruppi politici libanesi minaccia Israele attraverso i velenosi proclami del suo leader Hassan Nasrallah.

Oltre la rete, le colline del Libano (Elia Milani)

“In tutta quest’area ci sono 280 villaggi controllati da Hezbollah e dal regime iraniano”, racconta Betzalel mentre mostra una vasta area oltre la rete di recinzione. “Hanno scavato bunker da cui possono lanciare missili con un raggio di 350 km. Paradossalmente è più sicuro stare qui piuttosto che a Tel Aviv o Haifa: se vogliono colpirci non sprecano certo un missile da una tonnellata e mezza… contro di noi possono usare semplici mortai, lancia razzi o i cecchini”.

Dal racconto di Betzalel non traspare nessuna preoccupazione. “Mi chiedi se ho paura? Ho paura della mia seconda moglie non di Hezbollah”, ci dice sorridendo. Perché a tutto questo lui è abituato. Da oltre 40 anni vive sulla propria pelle la tensione tra i due paesi. E ci tiene a ripetere che “la situazione da 12 anni non è mai stata così tranquilla”.

Un soldato dell’UNIFIL segue la costruzione della nuova parte del muro voluto da Israele iniziata lo scorso febbraio (Reuters)

Dopo la guerra del 2006 molte cose sono cambiate. Sul confine sono tornati i caschi blu della missione UNIFIL, la forza di interposizione Onu, che opera nell’area con 10.460 soldati da 41 paesi, 1100 dei quali sono italiani.

“La retorica che si legge nei giornali non corrisponde alla verità, qui la situazione è tranquilla”, ci dice Andrea Tenenti, portavoce dell’UNIFIL. “In tutti i nostri pattugliamenti, più di 450 giorno e notte, a piedi, con veicoli o con elicotteri non abbiamo visto una situazione tale da farci sospettare che ci siano armi che entrano nel sud del paese”.

Il riferimento è alle accuse lanciate dal governo di Gerusalemme nelle settimane scorse. Secondo i militari israeliani Hezbollah – con l’aiuto dell’Iran – starebbe trasformando il sud del Libano in una fabbrica di armi pronta a colpire Israele.

Una bandiera di Hezbollah sventola vicino al confine con Israele (AFP)

“Oggi Hezbollah può mettere in atto cyber-attacchi o colpire con i droni: possiede una tecnologia che non aveva 12 anni fa”. A parlare è Kobi Marom, ex comandante dell’esercito israeliano ora esperto di sicurezza. “I miliziani sono arretrati di qualche chilometro dopo la guerra del 2006 e hanno costruito bunker, tunnel e siti per i missili sotto le case di civili o anche sotto scuole e ospedali: ma noi sappiamo esattamente dove si trovano tutti questi nascondigli”. Come a dire che in caso di conflitto i jet di Gerusalemme sarebbero in grado di colpire chirurgicamente.

Il muro di protezione lungo 1.2 km è stato costruito da Israele nel 2012 vicino al confine: da febbraio è in fase di ampliamento. Subito dietro la barriera è possibile vedere una moschea libanese (Elia Milani).

Intanto per ridurre il rischio infiltrazioni nemiche il governo di Israele ha deciso di ampliare il muro di protezione costruito nel 2012 che corre per oltre un chilometro lungo il confine. A inizio febbraio le ruspe e gli operai – sotto l’occhio attento dell’UNIFIL – hanno iniziato a ampliare la barriera alta sette metri attrezzata con telecamere e sensori di movimento.

Ma pochi giorni fa un ragazzo libanese con problemi psichici è riuscito ad attraversare il confine e ad entrare a Metula, una piccola città israeliana a pochi metri dal muro. E’ stato interrogato e rimandato indietro immediatamente. 

“Capita che i sostenitori di Hezbollah vengano a sventolare le loro bandiere al confine”, ci racconta Rut, diciottenne che lavora in una boutique hotel in stile Bauhaus nel centro di Metula. “Poco tempo fa Hezbollah ha piantato una bandiera con una scritta in arabo: ‘attenti stiamo arrivando’. Per assicurarsi che capissimo il messaggio lo hanno scritto anche in ebraico”.

Rut, 18 anni, vive a Metula, una piccola città a pochi metri dal confine con il Libano (Elia Milani)

Ma Rut, nonostante la giovane età, è abituata alle minacce. Non ha paura perché, come ripete, niente è come la guerra, quella vera, che ha sperimentato nel 2006. “Avevo sei anni ed ero a giocare nel salotto quando un gruppo di soldati israeliani è entrato in casa e mi ha detto di andarmene: da quel momento tutto l’edificio era sotto il controllo dell’esercito”.

Dodici anni dopo quella guerra durata 34 giorni ora sul confine regna una calma apparente. “Io oggi sono serena… e sono sicura che anche dall’altra parte ci siano persone come me, che non vogliono una guerra ma solo essere felici e godersi la vita”.

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Nazionalisti, pacifisti, bamboccioni e ultraortodossi: giovani israeliani alle prese con la leva militare

Eden e Neriya parlano del loro futuro con occhi sognanti: tra pochi mesi lasceranno le loro famiglie per andare a combattere con Tzahal, l’esercito israeliano. Saranno tre anni di servizio militare per Neriya, due per Eden. “Non abbiamo paura, ora tocca alla nostra generazione difendere la nostra terra”.

Neriya e Eden, studenti del “pre-army program” nella scuola di Kfar Adumim, Cisgiordania

I due ragazzi, entrambi 18 enni, raccontano i loro sogni seduti dentro l’aula di una Mehina (una scuola preparatoria alla carriera militare) mentre tengono tra le mani il loro libro preferito, un volume azzurro sulla storia del Sionismo. Questa scuola si trova a Kfar Adumim, in una terra che gli israeliani chiamano Giudea, che i palestinesi chiamano Palestina e che la comunità internazionale definisce territorio occupato.

Eden e Neriya fanno parte di quella fetta della società israeliana che crede fortemente nei valori della patria e che non vede l’ora di servire il proprio paese così come hanno fatto in passato fratelli, sorelle e prima ancora i genitori.

 

CLICCA E GUARDA IL SERVIZIO SULLE STORIE DEI GIOVANI ISRAELIANI NELL’ESERCITO    Video Terra!: Le stellette di Davide –

Ma i libri sul sionismo e il patriottismo che si respira nelle Mehina non sono per tutti. Nonostante uno dei più alti tassi di reclutamento al mondo, molti in Israele si rifiutano di unirsi a Tzahal. Esenti dal servizio militare sono gli arabi con cittadinanza israeliana, le donne sposate o con figli, gli ebrei ortodossi che studiano nelle yeshiva (le scuole ebraiche) o le donne religiose che scelgono il servizio civile. Esente dalla leva anche chi dichiara di essere pacifista o chi dimostra di avere problemi fisici o mentali. Pochissimi sono gli israeliani esenti perchè riconosciuti obiettori di coscienza.
Una di loro è Tamar Ze’evi 20 enne di Gerusalemme che un anno fa ha rifiutato di arruolarsi nell’esercito per motivi politici e che per questo ha trascorso 115 giorni in prigione.
 

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Da Israele arriva la app per combattere il cyberbullismo

“Il bullismo c’è da sempre, ma ai tempi dei nostri genitori tutto finiva una volta rientrati tra le mura di casa. Oggi il bullismo è 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Quando un bambino torna da scuola continua ad essere bullizzato attraverso gli smartphone: per lui non esistono più posti sicuri dove rifugiarsi”.

Hanan Lipaskin è israeliano, ha 29 anni e fa l’ingegnere informatico a Gerusalemme. E’ lui l’anima di Keepers Child Safety la start up nata un anno e mezzo fa che ha inventato Keepers, una app per combattere il cyber bullismo: un mezzo a portata di smartphone che permette ai genitori di sapere in tempo reale se i figli vengono insultati o minacciati sui social.

Hanan Lipskin, Ceo di Keepers Child Safety   

 

GUARDA IL VIDEO  Da Israele all’Italia arriva l’app contro i bulli – Video Tgcom24 

 

“Se il bambino manda o riceve un messaggio su Whatsapp, Facebook, Snapchat e Telegram e l’algoritmo riconosce la conversazione come “cattiva” viene subito inviato un avviso ai genitori”, spiega Hanan. “Una volta che le informazioni sono giunte a destinazione i dati vengono cancellati dai nostri server per mantenere la privacy dell’utente”.

Il codice (in ebraico) utilizzato dagli ingegneri informatici di Keepers

In pochi mesi l’applicazione ha permesso di fermare molti casi di bullismo in Israele. “C’erano ragazzi che sui social minacciavano di picchiare alcuni compagni all’uscita della scuola”, racconta il giovane ingegnere informatico. “L’applicazione ha riconosciuto il pericolo e ha avvisato i genitori che sono intervenuti”.

Il lavoro di Keepers Child Safety è cominciato un anno e mezzo fa in seguito a un episodio di cyberbullismo che ha colpito da vicino Arik Budkov, uno dei fondatori della start up. Il miglior amico di suo figlio di 12 anni ha tentato il suicidio provando a lanciarsi giù da un ponte di Gerusalemme perché preso di mira dai compagni di classe che lo insultavano e lo chiamavano “gay”.

Il team della start up Keepers Child Safety – Gerusalemme

L’applicazione è stata lanciata sul mercato il 29 giugno: è sbarcata negli Stati Uniti, in Austria, Germania, Svizzera, Vietnam, Regno Unito ed ora anche in Italia dove in sole due settimane ha raggiunto oltre 5mila utenti.

“Ogni giorno il nostro sistema monitora oltre 2 milioni di messaggi”, racconta orgoglioso Hanan. “L’algoritmo che segue il mercato italiano ci segnala che gli utenti tra i 7 e i 14 anni scrivono messaggi razzisti e dai contenuti sessualmente molto espliciti.
Il nostro obiettivo ora è migliorare la nostra app: in Italia ci sono tanti dialetti e gli insulti usati dai ragazzi variano da regione a regione, da nord a sud, da est a ovest…è un bel casino per noi ingegneri! Ora stiamo perfezionando l’algoritmo in modo che possa riconoscere queste parole ed essere ancora più efficiente”

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Guerra e statue, le sculture sulla spiaggia che ricordano le bombe

Una spiaggia, tante statue. Fragili, come la sabbia. Come la vita dei ragazzi e delle ragazze di Gaza. Sono le sculture realizzate da Ayad Sabah, artista palestinese che con ferro, stracci e creta ha plasmato i volti e le membra di uomini, donne e bambini palestinesi. Tutti senza espressione, tutti immortalati nell’atto di scappare. Una fuga dalle bombe lanciate durante la guerra con Israele, quella “Operazione Margine di protezione” che ha causato la morte di 2100 palestinesi (500 bambini) in un conflitto iniziato l’8 luglio scorso e durato 50 giorni. I volti inespressivi delle statue guardano nel silenzio. La vernice rossa che a tratti ricopre i vestiti ricorda il sangue e la morte di quei giorni.

L'arte nella Striscia di Gaza

Per questa istallazione chiamata “Consumati” è stato scelto il quartiere di al-Shaja’ a est di Gaza City e City Beach, le zone più devastate dal conflitto.

“على هذه الأرض ما يستحق الحياة” (“Su questa terra hanno diritto alla vita”), scriveva Mahmoud Darwish, il poeta palestinese più conosciuto. Una frase che oggi viene ripresa sui social network arabi per commentare l’opera dell’artista Sabah.

Intanto la situazione nella Striscia resta difficile. La ricostruzione è lenta. Ma si prova a ripartire, anche attraverso statue di stracci e creta.

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