Nazionalisti, pacifisti, bamboccioni e ultraortodossi: giovani israeliani alle prese con la leva militare

Eden e Neriya parlano del loro futuro con occhi sognanti: tra pochi mesi lasceranno le loro famiglie per andare a combattere con Tzahal, l’esercito israeliano. Saranno tre anni di servizio militare per Neriya, due per Eden. “Non abbiamo paura, ora tocca alla nostra generazione difendere la nostra terra”.

Neriya e Eden, studenti del “pre-army program” nella scuola di Kfar Adumim, Cisgiordania

I due ragazzi, entrambi 18 enni, raccontano i loro sogni seduti dentro l’aula di una Mehina (una scuola preparatoria alla carriera militare) mentre tengono tra le mani il loro libro preferito, un volume azzurro sulla storia del Sionismo. Questa scuola si trova a Kfar Adumim, in una terra che gli israeliani chiamano Giudea, che i palestinesi chiamano Palestina e che la comunità internazionale definisce territorio occupato.

Eden e Neriya fanno parte di quella fetta della società israeliana che crede fortemente nei valori della patria e che non vede l’ora di servire il proprio paese così come hanno fatto in passato fratelli, sorelle e prima ancora i genitori.

 

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Ma i libri sul sionismo e il patriottismo che si respira nelle Mehina non sono per tutti. Nonostante uno dei più alti tassi di reclutamento al mondo, molti in Israele si rifiutano di unirsi a Tzahal. Esenti dal servizio militare sono gli arabi con cittadinanza israeliana, le donne sposate o con figli, gli ebrei ortodossi che studiano nelle yeshiva (le scuole ebraiche) o le donne religiose che scelgono il servizio civile. Esente dalla leva anche chi dichiara di essere pacifista o chi dimostra di avere problemi fisici o mentali. Pochissimi sono gli israeliani esenti perchè riconosciuti obiettori di coscienza.
Una di loro è Tamar Ze’evi 20 enne di Gerusalemme che un anno fa ha rifiutato di arruolarsi nell’esercito per motivi politici e che per questo ha trascorso 115 giorni in prigione.
 

Tamar Ze’evi (al centro) insieme a quattro amiche: la 20enne si è rifiutata di fare la leva militare per motivi politici  (Facebook)

 
“Mi sono rifiutata di fare il militare perché non voglio partecipare all’occupazione israeliana della Palestina”, racconta mentre accarezza il suo cane nella casa dei genitori alla periferia di Gerusalemme. “Dopo il mio rifiuto al centro di reclutamento mi hanno spedito in prigione: da allora sono entrata e uscita dal carcere per un totale di 4 mesi fino a quando non ho ottenuto il rinvio della leva perché mi hanno riconosciuto obiettore di coscienza”.
 
Difficile per la famiglia di Tamar accettare le sue scelte. “Mio padre è stato nell’esercito per sei anni, e anche le mie sorelle hanno fatto la leva militare… diciamo che non l’hanno presa bene. Mia mamma invece è svizzera, mi ha sempre sostenuto ma so che avrebbe preferito vedermi indossare la divisa”.
Ora Tamar è impegnata nel servizio civile come insegnante in una scuola di Tel Aviv.
Non lontano da quella scuola si trova l’agenzia di moda che cura l’immagine di un’altra ragazza israeliana, Orin Julie, una ex soldatessa che ha trasformato la sua passione per le armi e l’esercito in un lavoro: la modella di armi.
 

Orin Julie, ex soldatessa ora modella di armi (Instagram)

Dopo aver trascorso tre anni nell’esercito come combat soldier Orin ha iniziato a fare l’impiegata in una società di import-export di pistole e fucili. Poi è stata notata da una società americana che le ha proposto di diventare una weapon girl.
 
Orin è la soldatessa che tutti gli amanti di Instagram sognano: i suoi profili social straripano di foto e video che mostrano il suo passato nell’esercito o il suo presente tra fucili e pistole durante shooting fotografici.
Le persone amano vedermi sparare”, ci racconta mentre posa su un set nella sua agenzia di Tel Aviv. “La maggior parte dei miei fan vengono dagli Stati Uniti”.

Orin Julie (Instagram)

Orin, come la maggior parte dei soldati che hanno servito nell’esercito (e che hanno fino a 40 anni), fa parte dei miluim, i riservisti, che una volta all’anno, per circa un mese, vengono richiamati in servizio. A detta di molti generali i riservisti sono la spina dorsale di Tzahal che, in caso di conflitto imminente, può mobilitare nel giro di poche ore centinaia di migliaia di soldati ben addestrati.
“Tornare a rivestire la divisa e a impugnare le armi mi rende davvero felice”, dice Orin sorridendo. “Io devo tutto all’esercito: mi ha fatto diventare una vera donna… e in più mi ha aiutato a trovare un lavoro”.
 

Una manifestazione di ebrei ultraortodossi blocca le strade nel centro di Gerusalemme, 23 ottobre 2017

Tanto patriottismo e amore per le armi che non hanno nulla a che vedere con l’aria che si respira a Gerusalemme. La religione permea la Città Santa: è qui che le manifestazioni contro la leva militare sono da sempre più forti. E’ qui che dallo scorso settembre sono cominciate le proteste degli haredim, gli ebrei ultraortodossi che dicono no alla leva militare.
 
“Nell’esercito non possiamo professare la nostra religione, non possiamo essere veri ebrei”, ci racconta David, ebreo ultraortodosso che vive a Mea Sharim, nel cuore della comunità heredi di Gerusalemme. “La leva militare non fa per noi: siamo pronti a farci arrestare, anche a morire… ma non faremo mai parte dell’esercito“.
 
Non tutta la comunità religiosa protesta e si scontra con la polizia: a bloccare il traffico e a sfidare le autorità sono solo una parte degli oltranzisti della Jerusalem Faction, formata da studenti delle yeshiva, le scuole religiose, guidati dal rabbino Shmuel Auerbach.
 
Per legge i religiosi sono esenti dal servizio militare ma gli haredim si rifiutano persino di andare a firmare il rinvio della leva negli uffici di reclutamento e per questo vengono arrestati con l’accusa di essere disertori.
 

Mordechai insieme al nipote Moshe durante una manifestazione contro la leva militare a Gerusalemme, 26 Ottobre 2017

Le proteste sono aumentate dopo una nuova disposizione della Corte Suprema di settembre che punta a rendere arruolabili anche i religiosi in nome dell’uguaglianza degli israeliani di fronte alla legge. Questo mix di eventi ha generato manifestazioni oceaniche di ebrei ultraortodossi che periodicamente bloccano per ore il centro e il traffico della città.
 
“Ho 19 figli e oltre 100 nipoti”, ci racconta Mordechai, sempre presente alle proteste insieme al nipote Moshe. “Non smetterò mai di manifestare contro questo scempio! Preferisco che Dio mi porti via da questa terra piuttosto che vedere i miei figli e nipoti andare nell’esercito e vivere da non ebrei”.
 
Twitter@elia_milani
 
 

Da Israele arriva la app per combattere il cyberbullismo

“Il bullismo c’è da sempre, ma ai tempi dei nostri genitori tutto finiva una volta rientrati tra le mura di casa. Oggi il bullismo è 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Quando un bambino torna da scuola continua ad essere bullizzato attraverso gli smartphone: per lui non esistono più posti sicuri dove rifugiarsi”.

Hanan Lipaskin è israeliano, ha 29 anni e fa l’ingegnere informatico a Gerusalemme. E’ lui l’anima di Keepers Child Safety la start up nata un anno e mezzo fa che ha inventato Keepers, una app per combattere il cyber bullismo: un mezzo a portata di smartphone che permette ai genitori di sapere in tempo reale se i figli vengono insultati o minacciati sui social.

Hanan Lipskin, Ceo di Keepers Child Safety   

 

GUARDA IL VIDEO  Da Israele all’Italia arriva l’app contro i bulli – Video Tgcom24 

 

“Se il bambino manda o riceve un messaggio su Whatsapp, Facebook, Snapchat e Telegram e l’algoritmo riconosce la conversazione come “cattiva” viene subito inviato un avviso ai genitori”, spiega Hanan. “Una volta che le informazioni sono giunte a destinazione i dati vengono cancellati dai nostri server per mantenere la privacy dell’utente”.

Il codice (in ebraico) utilizzato dagli ingegneri informatici di Keepers

In pochi mesi l’applicazione ha permesso di fermare molti casi di bullismo in Israele. “C’erano ragazzi che sui social minacciavano di picchiare alcuni compagni all’uscita della scuola”, racconta il giovane ingegnere informatico. “L’applicazione ha riconosciuto il pericolo e ha avvisato i genitori che sono intervenuti”.

Il lavoro di Keepers Child Safety è cominciato un anno e mezzo fa in seguito a un episodio di cyberbullismo che ha colpito da vicino Arik Budkov, uno dei fondatori della start up. Il miglior amico di suo figlio di 12 anni ha tentato il suicidio provando a lanciarsi giù da un ponte di Gerusalemme perché preso di mira dai compagni di classe che lo insultavano e lo chiamavano “gay”.

Il team della start up Keepers Child Safety – Gerusalemme

L’applicazione è stata lanciata sul mercato il 29 giugno: è sbarcata negli Stati Uniti, in Austria, Germania, Svizzera, Vietnam, Regno Unito ed ora anche in Italia dove in sole due settimane ha raggiunto oltre 5mila utenti.

“Ogni giorno il nostro sistema monitora oltre 2 milioni di messaggi”, racconta orgoglioso Hanan. “L’algoritmo che segue il mercato italiano ci segnala che gli utenti tra i 7 e i 14 anni scrivono messaggi razzisti e dai contenuti sessualmente molto espliciti.
Il nostro obiettivo ora è migliorare la nostra app: in Italia ci sono tanti dialetti e gli insulti usati dai ragazzi variano da regione a regione, da nord a sud, da est a ovest…è un bel casino per noi ingegneri! Ora stiamo perfezionando l’algoritmo in modo che possa riconoscere queste parole ed essere ancora più efficiente”

Twitter@elia_milani