Neve, Champions e guerra

Neve. Non quella che fa sospendere le partite di Champions, ma quella che ti gela il sangue e ti uccide. Neve che copre le tende dei campi profughi al confine tra Siria e Turchia. Neve che cade silenziosa e si posa sui corpi dei bambini che non hanno da mangiare perché il confine turco, da cui arrivano i rifornimenti, è chiuso da giorni. Neve che cade sulle macchine. Che, anche se il confine è bloccato, passano il valico per vendere a prezzi triplicati il pane e le coperte che ad Aleppo non ci sono più. Neve, calpestata dai piedi gonfi come palle dai piccoli profughi siriani che si riscaldano in compagnia dei pidocchi vicino alle rare stufe a carbone. Neve, bella perchè bianca e silenziosa. Che diventa fango sotto i piedi di bambini circondati da freddo e guerra.

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Due bambini siriani aiutano i genitori nella ricerca di legna da bruciare nel campo profughi di Bab al Salam, al confine tra Siria e Turchia (Afp)

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La farmacia italiana ad Aleppo a 100 metri dalla linea di fuoco

Ad Aleppo basta sbagliare strada per finire sulla linea dei combattimenti e rischiare la vita. E nel labirinto di vicoli che formano la città vecchia è praticamente impossibile non perdersi. Zena però la strada la conosce bene e sa come portare a destinazione il prezioso carico che ha tra le mani. Non si tratta di computer, cellulari o gps ma di latte in polvere, antibiotici, antidolorifici, sciroppi, antinfiammatori e cortisone spediti da Modena e arrivati in città grazie a Time4Life, l’associazione italiana che organizza viaggi in Siria per portare aiuti e medicinali. E’ solo grazie a loro se in mezzo alle macerie della città vecchia patrimonio dell’Unesco è stata aperta l’unica farmacia italiana, a cento metri dalla red zone dove esercito di Assad e ribelli si affrontano senza sosta. Per evitare di finire sotto il fuoco incrociato ci vogliono giovani come Zena che conoscono i vicoli a memoria e sono in grado di rifornire la farmacia trasportando i pesanti scatoloni pieni di medicine italiane. Continua a leggere

Alì, il pediatra dei profughi siriani: “Io non scappo, i bambini hanno bisogno di me”

“Molti medici siriani sono scappati e ora lavorano all’estero”. Il dottor Alì resta un attimo in silenzio. Sullo sfondo le grida dei bambini rendono difficile la conversazione via telefono già disturbata. “Io non ho mai pensato di lasciare la Siria perché qui la gente ha bisogno di me. Non ho paura delle bombe e voglio restare ad aiutare i siriani di ogni religione ed etnia”. Alì Abu al Jud Naser, o semplicemente “dottor Alì”,  come lo chiamano i volontari, ha 38 anni ed è il pediatra del campo profughi di Bab al Salam al confine tra Siria e Turchia.

Le tende di questo campo ospitano 16 mila persone, tra cui 8mila bambini (il più piccolo ha compiuto da poco un mese). “Al campo arrivano ogni giorno quasi 100 bambini insieme alle loro famiglie”, racconta il giovane medico. “Facciamo fatica ad aiutarli perché le condizioni sono pessime: l’acqua non è potabile, le medicine scarseggiano e il numero dei piccoli continua ad aumentare. Ce ne sono di ogni età, da un mese a 10 anni”, ripete più volte Alì come a intendere che in Siria, a 11 anni, non è più possibile essere bambini.

Il dottor Alì nell’ambulatorio del campo profughi di Bab al Salam

Una delle pazienti più piccole di Alì è Rama: ha 8 mesi e un cuore malato. “Ha bisogno di un intervento chirurgico ma la sua famiglia è molto povera”, racconta il pediatra. “In Siria non ci sono ospedali in grado di curarla e la piccola deve essere trasferita al più presto in Turchia come abbiamo fatto con Fatima un’altra bimba che ora sta bene”. Rama e Fatima sono solo due gocce in quell’ondata di profughi-bambini (un milione in tutto) che ha detto addio ai giochi e all’età della speranza per scappare da una guerra civile che, secondo l’Onu, ha causato la morte di 100mila persone. Continua a leggere