Nazionalisti, pacifisti, bamboccioni e ultraortodossi: giovani israeliani alle prese con la leva militare

Eden e Neriya parlano del loro futuro con occhi sognanti: tra pochi mesi lasceranno le loro famiglie per andare a combattere con Tzahal, l’esercito israeliano. Saranno tre anni di servizio militare per Neriya, due per Eden. “Non abbiamo paura, ora tocca alla nostra generazione difendere la nostra terra”.

Neriya e Eden, studenti del “pre-army program” nella scuola di Kfar Adumim, Cisgiordania

I due ragazzi, entrambi 18 enni, raccontano i loro sogni seduti dentro l’aula di una Mehina (una scuola preparatoria alla carriera militare) mentre tengono tra le mani il loro libro preferito, un volume azzurro sulla storia del Sionismo. Questa scuola si trova a Kfar Adumim, in una terra che gli israeliani chiamano Giudea, che i palestinesi chiamano Palestina e che la comunità internazionale definisce territorio occupato.

Eden e Neriya fanno parte di quella fetta della società israeliana che crede fortemente nei valori della patria e che non vede l’ora di servire il proprio paese così come hanno fatto in passato fratelli, sorelle e prima ancora i genitori.

 

CLICCA E GUARDA IL SERVIZIO SULLE STORIE DEI GIOVANI ISRAELIANI NELL’ESERCITO    Video Terra!: Le stellette di Davide –

Ma i libri sul sionismo e il patriottismo che si respira nelle Mehina non sono per tutti. Nonostante uno dei più alti tassi di reclutamento al mondo, molti in Israele si rifiutano di unirsi a Tzahal. Esenti dal servizio militare sono gli arabi con cittadinanza israeliana, le donne sposate o con figli, gli ebrei ortodossi che studiano nelle yeshiva (le scuole ebraiche) o le donne religiose che scelgono il servizio civile. Esente dalla leva anche chi dichiara di essere pacifista o chi dimostra di avere problemi fisici o mentali. Pochissimi sono gli israeliani esenti perchè riconosciuti obiettori di coscienza.
Una di loro è Tamar Ze’evi 20 enne di Gerusalemme che un anno fa ha rifiutato di arruolarsi nell’esercito per motivi politici e che per questo ha trascorso 115 giorni in prigione.
 

Tamar Ze’evi (al centro) insieme a quattro amiche: la 20enne si è rifiutata di fare la leva militare per motivi politici  (Facebook)

 
“Mi sono rifiutata di fare il militare perché non voglio partecipare all’occupazione israeliana della Palestina”, racconta mentre accarezza il suo cane nella casa dei genitori alla periferia di Gerusalemme. “Dopo il mio rifiuto al centro di reclutamento mi hanno spedito in prigione: da allora sono entrata e uscita dal carcere per un totale di 4 mesi fino a quando non ho ottenuto il rinvio della leva perché mi hanno riconosciuto obiettore di coscienza”.
 
Difficile per la famiglia di Tamar accettare le sue scelte. “Mio padre è stato nell’esercito per sei anni, e anche le mie sorelle hanno fatto la leva militare… diciamo che non l’hanno presa bene. Mia mamma invece è svizzera, mi ha sempre sostenuto ma so che avrebbe preferito vedermi indossare la divisa”.
Ora Tamar è impegnata nel servizio civile come insegnante in una scuola di Tel Aviv.
Non lontano da quella scuola si trova l’agenzia di moda che cura l’immagine di un’altra ragazza israeliana, Orin Julie, una ex soldatessa che ha trasformato la sua passione per le armi e l’esercito in un lavoro: la modella di armi.
 

Orin Julie, ex soldatessa ora modella di armi (Instagram)

Dopo aver trascorso tre anni nell’esercito come combat soldier Orin ha iniziato a fare l’impiegata in una società di import-export di pistole e fucili. Poi è stata notata da una società americana che le ha proposto di diventare una weapon girl.
 
Orin è la soldatessa che tutti gli amanti di Instagram sognano: i suoi profili social straripano di foto e video che mostrano il suo passato nell’esercito o il suo presente tra fucili e pistole durante shooting fotografici.
Le persone amano vedermi sparare”, ci racconta mentre posa su un set nella sua agenzia di Tel Aviv. “La maggior parte dei miei fan vengono dagli Stati Uniti”.

Orin Julie (Instagram)

Orin, come la maggior parte dei soldati che hanno servito nell’esercito (e che hanno fino a 40 anni), fa parte dei miluim, i riservisti, che una volta all’anno, per circa un mese, vengono richiamati in servizio. A detta di molti generali i riservisti sono la spina dorsale di Tzahal che, in caso di conflitto imminente, può mobilitare nel giro di poche ore centinaia di migliaia di soldati ben addestrati.
“Tornare a rivestire la divisa e a impugnare le armi mi rende davvero felice”, dice Orin sorridendo. “Io devo tutto all’esercito: mi ha fatto diventare una vera donna… e in più mi ha aiutato a trovare un lavoro”.
 

Una manifestazione di ebrei ultraortodossi blocca le strade nel centro di Gerusalemme, 23 ottobre 2017

Tanto patriottismo e amore per le armi che non hanno nulla a che vedere con l’aria che si respira a Gerusalemme. La religione permea la Città Santa: è qui che le manifestazioni contro la leva militare sono da sempre più forti. E’ qui che dallo scorso settembre sono cominciate le proteste degli haredim, gli ebrei ultraortodossi che dicono no alla leva militare.
 
“Nell’esercito non possiamo professare la nostra religione, non possiamo essere veri ebrei”, ci racconta David, ebreo ultraortodosso che vive a Mea Sharim, nel cuore della comunità heredi di Gerusalemme. “La leva militare non fa per noi: siamo pronti a farci arrestare, anche a morire… ma non faremo mai parte dell’esercito“.
 
Non tutta la comunità religiosa protesta e si scontra con la polizia: a bloccare il traffico e a sfidare le autorità sono solo una parte degli oltranzisti della Jerusalem Faction, formata da studenti delle yeshiva, le scuole religiose, guidati dal rabbino Shmuel Auerbach.
 
Per legge i religiosi sono esenti dal servizio militare ma gli haredim si rifiutano persino di andare a firmare il rinvio della leva negli uffici di reclutamento e per questo vengono arrestati con l’accusa di essere disertori.
 

Mordechai insieme al nipote Moshe durante una manifestazione contro la leva militare a Gerusalemme, 26 Ottobre 2017

Le proteste sono aumentate dopo una nuova disposizione della Corte Suprema di settembre che punta a rendere arruolabili anche i religiosi in nome dell’uguaglianza degli israeliani di fronte alla legge. Questo mix di eventi ha generato manifestazioni oceaniche di ebrei ultraortodossi che periodicamente bloccano per ore il centro e il traffico della città.
 
“Ho 19 figli e oltre 100 nipoti”, ci racconta Mordechai, sempre presente alle proteste insieme al nipote Moshe. “Non smetterò mai di manifestare contro questo scempio! Preferisco che Dio mi porti via da questa terra piuttosto che vedere i miei figli e nipoti andare nell’esercito e vivere da non ebrei”.
 
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Da Israele arriva la app per combattere il cyberbullismo

“Il bullismo c’è da sempre, ma ai tempi dei nostri genitori tutto finiva una volta rientrati tra le mura di casa. Oggi il bullismo è 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Quando un bambino torna da scuola continua ad essere bullizzato attraverso gli smartphone: per lui non esistono più posti sicuri dove rifugiarsi”.

Hanan Lipaskin è israeliano, ha 29 anni e fa l’ingegnere informatico a Gerusalemme. E’ lui l’anima di Keepers Child Safety la start up nata un anno e mezzo fa che ha inventato Keepers, una app per combattere il cyber bullismo: un mezzo a portata di smartphone che permette ai genitori di sapere in tempo reale se i figli vengono insultati o minacciati sui social.

Hanan Lipskin, Ceo di Keepers Child Safety   

 

GUARDA IL VIDEO  Da Israele all’Italia arriva l’app contro i bulli – Video Tgcom24 

 

“Se il bambino manda o riceve un messaggio su Whatsapp, Facebook, Snapchat e Telegram e l’algoritmo riconosce la conversazione come “cattiva” viene subito inviato un avviso ai genitori”, spiega Hanan. “Una volta che le informazioni sono giunte a destinazione i dati vengono cancellati dai nostri server per mantenere la privacy dell’utente”.

Il codice (in ebraico) utilizzato dagli ingegneri informatici di Keepers

In pochi mesi l’applicazione ha permesso di fermare molti casi di bullismo in Israele. “C’erano ragazzi che sui social minacciavano di picchiare alcuni compagni all’uscita della scuola”, racconta il giovane ingegnere informatico. “L’applicazione ha riconosciuto il pericolo e ha avvisato i genitori che sono intervenuti”.

Il lavoro di Keepers Child Safety è cominciato un anno e mezzo fa in seguito a un episodio di cyberbullismo che ha colpito da vicino Arik Budkov, uno dei fondatori della start up. Il miglior amico di suo figlio di 12 anni ha tentato il suicidio provando a lanciarsi giù da un ponte di Gerusalemme perché preso di mira dai compagni di classe che lo insultavano e lo chiamavano “gay”.

Il team della start up Keepers Child Safety – Gerusalemme

L’applicazione è stata lanciata sul mercato il 29 giugno: è sbarcata negli Stati Uniti, in Austria, Germania, Svizzera, Vietnam, Regno Unito ed ora anche in Italia dove in sole due settimane ha raggiunto oltre 5mila utenti.

“Ogni giorno il nostro sistema monitora oltre 2 milioni di messaggi”, racconta orgoglioso Hanan. “L’algoritmo che segue il mercato italiano ci segnala che gli utenti tra i 7 e i 14 anni scrivono messaggi razzisti e dai contenuti sessualmente molto espliciti.
Il nostro obiettivo ora è migliorare la nostra app: in Italia ci sono tanti dialetti e gli insulti usati dai ragazzi variano da regione a regione, da nord a sud, da est a ovest…è un bel casino per noi ingegneri! Ora stiamo perfezionando l’algoritmo in modo che possa riconoscere queste parole ed essere ancora più efficiente”

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Caschi Bianchi: una storia tra guerra, Oscar e polemiche

“La vera vittoria non è stato l’Oscar… la vera vittoria è essere riusciti a salvare anche oggi una bambina colpita dalle bombe piovute su Idlib”.

A parlare è Khaled Kateeb, uno dei 3300 volontari di White Helmets, i caschi bianchi siriani, organizzazione umanitaria nata durante la guerra civile che lotta per salvare le vittime dei bombardamenti in Siria. La pellicola prodotta da Netflix che racconta le loro storie ed è stata premiata alla notte degli Oscar come miglior cortometraggio.

I Caschi Bianchi salvano una bambina a Idlib nelle stesse ore in cui il cortometraggio White Helmets viene premiato con l’Oscar a Los Angeles (Twitter)

White Helmets è una storia che parla di eroi. In 40 minuti il regista Orlando von Einsiedel racconta le esperienze di tre componenti del gruppo alternando riprese amatoriali, video effettuati sul luogo e interviste: un vero e proprio racconto degli orrori della guerra civile siriana.

Eppure da tempo l’organizzazione è al centro di polemiche per presunti legami con gruppi estremisti e per la provenienza dei finanziamenti che le permettono di andare avanti. La nebulosa siriana è indecifrabile: difficile conoscere in maniera netta e chiara i confini che separano le dozzine di gruppi attivi nella guerra.

I detrattori dei Caschi Bianchi parlano di un gruppo sostenuto dai governi di Washington, Londra e Berlino il cui vero scopo sarebbe promuovere la caduta di Bashar al Asad. I video dei White Helmets indicano come responsabili di tutte le atrocità il dittatore siriano e il suo alleato russo Putin rendendo agli occhi dell’Occidente ancora più urgente e necessario un cambio di regime in Siria.

Chi attacca i White Helmets parla di un gruppo costituito da soggetti legati a gruppi jihadisti vicino ad Al Qaeda e da veri e propri “manipolatori digitali” in grado di produrre video artefatti, inscenando falsi salvataggi per uno scopo non umanitario ma politico.

La pagina Twitter dei White Helmets – Idlib (Twitter)

Hollywood – e gran parte della comunità internazionale – non credono a queste accuse. I Caschi Bianchi sono stati candidati al Premio Nobel per la Pace nel 2016, hanno vinto la statuetta nel 2017 e ora George Clooney sta già pensando di girare un film sulla loro storia.

La politica di Washington invece sembra più cauta. Nei giorni precedenti alla premiazione a Los Angeles le autorità statunitensi per l’ immigrazione hanno vietato l’ingresso nel Paese al direttore della fotografia del cortometraggio, Khaled Khateeb, 21 anni, siriano. Khateeb sarebbe stato trattenuto in Turchia dopo aver già ottenuto il visto per entrare negli Usa.

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Troppi morti nelle città siriane: arrivano i cimiteri multi-piano

Cimitero Duma, Siria

Gli addetti alla costruzione del cimitero multi-piano, Duma, Siria (foto Consiglio della città di Duma)

In Siria non c’è più spazio nemmeno per i morti. Troppi i cadaveri rimasti vittima di una guerra civile che dura ormai da cinque anni e mezzo. Nei cimiteri di Duma, città a 10km a a nord-est di Damasco, è impossibile seppellire i nuovi defunti. E così i 110mila abitanti sopravvissuti alla guerra si sono inventati un nuovo modo per dare una degna sepoltura ai propri cari: costruire cimiteri su più livelli per permettere ai morti di riposare nella terra dove sono nati e cresciuti.

In questa parte della Siria è impossibile pianificare la costruzione di nuovi cimiteri. Le autorità hanno quindi optato per la creazione di “necropoli in verticale” che fa rassomigliare i cimiteri musulmani a moderne catacombe a cielo aperto, loculi costruiti uno sopra l’altro.

Cimitero Duma, Siria

Inumazione di un defunto nel cimitero di Duma (foto Consiglio della città di Duma)

“Mano a mano che i nostri morti aumentavano li seppellivamo fuori dalle mura della città”, racconta Adnan Mudvir, il responsabile del cimitero di Duma. “Il numero dei cadaveri cresceva a dismisura e così abbiamo iniziato a seppellire i nostri morti in cimiteri a più strati“.

Al posto di gettare i cadaveri nelle fosse comuni le autorità di Duma hanno destinato 40 metri quadrati per accogliere le vittime dei bombardamenti russi e del regime siriano. Sono stati pianificati sei livelli, ognuno dei quali sarà in grado di accogliere migliaia di loculi vuoti che, si teme, verranno riempiti nel giro di pochi mesi.

Cimitero di Duma, Siria

Gli addetti alla costruzione del cimitero multi-piano, Duma, Siria (foto Consiglio della città di Duma)

“Siamo costretti a costruire un cimitero simile perché ogni giorno vengono uccise dozzine di persone”, ha raccontato all’Anadolu Agency Halid Ballah, impiegato nel cimitero della città.

Cimitero Duma, Siria

Un addetto alla manutenzione del cimitero di Duma (foto Consiglio della città di Duma)

Nell’agosto 2015 un bombardamento dei caccia di Assad su Duma ha causato la morte di 115 persone. Ad oggi il numero dei morti causati della guerra civile è stimato tra i 250 e i 470 mila. E la guerra non si ferma. Il numero delle vittime e di questi nuovi cimiteri multi-piano è destinato inevitabilmente a salire.

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Il musaharati, la “sveglia” del Ramadan

Il suono del tamburo riempie le vie buie della città. Yağup batte un colpo. Poi un altro. E inizia a intonare una litania che parla di Allah e dei doveri del buon musulmano. Negli stretti vicoli di Kasımpaşa, un quartiere di Istanbul, i turchi addormentati riaprono gli occhi e corrono a mangiare l’ultimo pasto prima che faccia luce. Yağup è un musaharati, il suonatore di tamburo attivo solo durante Ramadan, il mese sacro per tutti i musulmani.

 

Yağup Kapcak, musaharati turco per le strade di Istanbul, Turchia (Oscar Durand, Istagram)

Yağup Kapcak, musaharati turco per le strade di Istanbul, Turchia (Oscar Durand, Istagram)

 

Tra lunedì 6 giugno e martedì 7 è iniziato il nono mese del calendario islamico. Da allora fino al 5 luglio i buoni musulmani si asterranno dal mangiare, dal bere, dal fumare e dall’avere rapporti sessuali dall’alba al tramonto.

I fedeli del profeta Maometto rompono il digiuno solo durante l’iftar, in genere un pasto breve e ricco di zuccheri (spesso datteri e latte). Poi, intorno a mezzanotte, è tempo di consumare una cena più sostanziosa insieme ad amici e parenti prima di addormentarsi.

Ed è qui che entrano in scena i musaharati come Yağup. Verso le 4 del mattino escono di casa, iniziano a camminare per le vie della città suonando e intonando canti per risvegliare i fedeli addormentati. La loro voce ricorda a tutti di consumare al più presto il suhur, l’ultimo pasto prima del digiuno che inizia con il sorgere del sole. Perché, come è scritto nel Corano (nella Sura della Vacca), durante il Ramadan è possibile mangiare e bere per tutta la notte “fino a quando (la luce) permetterà di distinguere un filo bianco da un filo nero”.

Yağup Kapcak, musaharati turco, insieme al nipote Aşır, Istanbul, Turchia (<em>Oscar Durand, Istagram</em>)

Yağup Kapcak, musaharati turco, insieme al nipote Aşır, Istanbul, Turchia (Oscar Durand, Istagram)

 

Il suono del tamburo e della voce del musaharati risuona nelle strade della città tenendo viva una tradizione che risale al periodo Ottomano. Per chi non vuole essere svegliato nel bel mezzo della notte si tratta però di una seccatura, tanto che in alcune aree delle città musulmane di tutto il mondo è stato proibito ai musaharati di esercitare la loro professione. Al loro posto nuovissime applicazioni per smartphone (o semplici sveglie) che ricordano ai fedeli i doveri a cui sono chiamati durante il Ramadan.

Yağup Kapcak, musaharati turco (Oscar Durand, Instagram)

Yağup Kapcak, musaharati turco, Istanbul (Oscar Durand, Instagram)

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Viaggio a Molenbeek, il quartiere nascondiglio dei terroristi dell’Isis

Che sei arrivato a Molenbeek, lo capisci dalle barbe sempre più lunghe dei ragazzi poco più che ventenni che camminano con le loro jallabie marroni o bianche uno a fianco all’altro.
“Sono un giornalista italiano…”, faccio a uno di loro.
“E quindi?”, mi risponde il ragazzo con un tono di sfida prima di squadrarmi da capo a piedi, sputare per terra e andarsene.
Benvenuti nel quartiere di Bruxelles diventato il nascondiglio dei terroristi islamici.

Molenbeek, Bruxelles (Getty Images)

Molenbeek, Bruxelles (Getty Images)

“Non è vero nulla di quello che si dice, qui il quartiere è tranquillo”, mi racconta un signore turco appena uscito dalla moschea.
“Ma è vero che la gente protegge i terroristi?”, gli chiedo.
“Mi spiace non ti posso rispondere… ho troppi amici qui… e loro sanno che sto parlando con te”.

Nelle strade costellate da macellerie halal, fruttivendoli, pasticcerie che sfornano squisiti dolci al miele e alle mandorle sono passati tanti terroristi. Jihadisti del calibro di Dahmane Abdelsattar, uno degli assassini di Ahmad Massud, il “leone del Panshir” che combatteva i talebani in Afghanistan e che avrebbe potuto scovare Bin Laden se non fosse stato ucciso il giorno prima dell’attentato alle torri gemelle.
Da Molenbeek arrivano anche Youssef e Mimoun Belhadj e Hassan al Haski, le menti degli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004.
Amedy Coulibaly, il terrorista del market kosher di Parigi, si è procurato armi ed equipaggiamento proprio dove Salah Abdeslam è rimasto nascosto per quattro mesi libero di muoversi e di comunicare con gli altri membri del commando jihadista.

Operazione di polizia a Molenbeek il 16 novembre 2015 (Getty Images)

Operazione di polizia a Molenbeek il 16 novembre 2015 (Getty Images)

La casa dove si nascondeva Salah è un caseggiato anonimo con le pareti sbiadite e rovinate vicino a una farmacia sempre molto frequentata. Difficile che nessuno abbia notato movimenti strani nella via dove si nascondeva il super ricercato.
“È vero, ci sono tante persone che proteggono i terroristi qui”, racconta Nadir, 40 anni, kossovaro che ha vissuto in Italia. “Ma non siamo tutti terroristi, qui è pieno di gente onesta che vuole solo vivere serena”.

“Il problema è la mancanza di lavoro e lo spaccio di droga”, ci dice uno studente universitario che lavora a Molenbeek come tassista. “Ma lo Stato non si può nascondere dietro il degrado: ora deve dirci come ha fatto Salah a restare latitante per 127 giorni senza che la polizia lo scoprisse”.

GUARDA IL SERVIZIO SUL VIAGGIO NEI QUARTIERI DEI TERRORISTI

 Il punto su Bruxelles

La risposta a questa domanda sembra avercela Dimitri, professore di filosofia che per anni ha vissuto nel quartiere prima di trasferirsi a Berlino. “Molenbeek è come uno stato parallelo dove regnano una subcultura e leggi diverse da quelle di Bruxelles, soprattutto tra i giovani“, ci dice. “Qui siamo alla terza generazione di immigrati. Sono questi giovani senza lavoro che subiscono più di altri la fascinazione della propaganda dello Stato Islamico”.

La sera scende. I ragazzi per strada aumentano. Passando vicino a un gruppo di giovani fuori da un bar di fronte al comando di polizia si respira un forte odore di hashish. “Ma che terroristi! Noi vogliamo solo lavorare”, dice un ragazzo alto con i capelli ingellati che per anni ha vissuto a Torino in zona Porta Palazzo.

"De Vaartkapoen", la scultura di Tom Frantzen a Molenbeek (Pinterest)

“De Vaartkapoen”, la scultura di Tom Frantzen a Molenbeek (Pinterest)

A qualcuno la nostra presenza inizia a dare fastidio. La polizia in assetto antisommossa ci prende in disparte: “È meglio se andate via adesso. Non è sicuro”.
Mentre ci allontaniamo in macchina notiamo per la prima volta una statua all’entrata del quartiere: un ladruncolo nascosto dentro un tombino fa lo sgambetto a un poliziotto che, con una faccia stupita, perde l’equilibrio. Una metafora perfetta per Molenbeek.

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In fuga dalla guerra con una Play Station sotto braccio: una storia dalla Libia

Cosa porteresti con te se dovessi scappare da una città bombardata? Quale oggetto metteresti sotto braccio e porteresti fuori dalla tua casa che sta per essere presa di mira dai soldati dell’Isis? Può sembrare una domanda difficile. Non per Ahmed e Bilal due ragazzi libici che vivono a sud di Tripoli.

Loro la guerra la vedono tutti i giorni. La Libia dei sequestri, dell’Isis, e delle milizie jihadiste la respirano ogni mattina nelle strade del loro quartiere. E quando i due sono stati costretti a scappare dalla loro città non hanno avuto dubbi: hanno portato con sé solo la loro Play Station.

(Reuters)

(Reuters)

“Con loro mi diverto a giocare online a Call of Duty, mi racconta Manuel, 13enne veneto appassionato di giochi di guerra e amico virtuale di Ahmed e Bilal. “Hanno la mia età, ma da come parlano sembrano più grandi… sarà per quello che hanno passato…”.

Discorsi tra ragazzi nelle chat virtuali. La guerra vera fuori di casa, quella virtuale “combattuta” chattando con gli amici che vivono dall’altra parte del Mediterraneo da dove presto potrebbero arrivare nuove bombe.

E fa sorridere che Ahmed e Bilal, in fuga da pallottole e colpi di mortaio veri, abbiano salvato solo quella consolle che gli permette di sparare proiettili virtuali a coetanei che la Libia non sanno nemmeno dove si trova.

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Viaggio al confine tra Macedonia e Grecia, il fronte più caldo del sud Europa

“Fa freddo, ma almeno non piove”. Quindici giorni fa la più grande preoccupazione di Hussein Alì era legata al clima. Questo ragazzo alto e con gli occhi sorridenti – afghano sciita di Kunduz – camminava tranquillo insieme a due amici tra le tende del campo profughi di Gevgelija, in Macedonia.

 

Il confine tra Macedonia e Grecia

Il muro di filo spinato a Idomeni, al confine tra Macedonia e Grecia (Ansa)

“Nella mia città i talebani e l’Isis vogliono tagliare la testa a noi sciiti”, raccontava subito dopo aver attraversato il confine. Nelle sue parole la preoccupazione per la sua famiglia rimasta a Kunduz, nei suoi occhi la speranza per il futuro e il sogno di un’Europa sempre più vicina.

“Ho amici della mia città che stanno scappando, tra qualche giorno saranno qui”, diceva. Purtroppo in 15 giorni la situazione è cambiata qui al confine sud dell’Europa. Oggi gli amici di Hussein Alì non sono più i benvenuti. Possibile che proprio ragazzi come loro fossero tra i profughi che il 29 febbraio hanno tentato di sfondare il muro di ferro costruito sul confine greco.

Quindici giorni fa al confine c’erano già i primi blocchi: si facevano passare solo siriani, iracheni e afghani. Per gli altri il viaggio della speranza finiva.

Da settimana scorsa anche gli afghani sono stati bloccati: nessun permesso di accesso in Serbia e Macedonia. Venerdì 26 febbraio Slovenia, Croazia, Serbia e la stessa Macedonia hanno imposto un limite di 580 accessi giornalieri nel tentativo di scoraggiare le partenze per la cosiddetta “rotta balcanica”. E così giorno dopo giorno il campo profughi di Idomeni, in Grecia, a 50 metri dal confine macedone, si riempiva di nuovi arrivati.

 

GUARDA IL SERVIZIO DI “TERRA” SUL VIAGGIO AL CONFINE MACEDONE 

 Europa alla frutta

 

A controllare la zona non solo la polizia di Skopje ma anche le forze dell’ordine inviate da Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia a difesa del confine di un paese che non fa parte dell’Unione Europea ma che di fatto è diventato l’ultimo baluardo contro l’ondata migratoria da sud.

Ma la gente non si ferma. Ieri gli scontri e la tensione alle stelle.

Solo 15 giorni fa tutto sembrava più tranquillo. Il flusso continuava regolare. “Qui passano una media di 2500 persone al giorno”, ci aveva detto Jesper Provin Jensen, responsabile Unicef del campo profughi.

Oggi gran parte di quelle persone sono bloccate in Grecia. Ma non hanno nessuna intenzione di fermarsi.

Solo 15 giorni. Tanto basta di questi tempi a trasformare un luogo di transito nei Balcani nella zona più calda d’Europa.

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Whatsapp, Gps, Facebook e Viber: la “smart fuga” di un gruppo di giovani siriani

Mohammed avverte via whatsapp i suoi amici rimasti in Grecia. Yazad si cuce il passaporto addosso per non rischiare di perderlo durante la lunga camminata. Moammar e Anas controllano continuamente la posizione del confine con il loro gps. Intanto Ammar apre il Corano e inizia a pregare.
Per questi giovani siriani fuggiti da Damasco a inizio settembre il sogno è sempre più vicino. In 10 giorni hanno attraversato Turchia, Grecia, Macedonia e Serbia: a piedi, in gommone o a bordo di pullman affollati dove è difficile anche solo respirare. Ora si stanno preparando per entrare in Europa.

Verso Budapest

Con i loro smartphone sempre carichi (quasi tutti hanno un caricabatterie portatile) si scambiano informazioni con gli amici o i parenti che li hanno preceduti in questa odissea. Hanno in programma di attraversare il confine con l’Ungheria. Omran nello zaino ha una tenaglia con cui è pronto a tagliare il filo spinato del muro costruito da Viktor Orban per fermare l’arrivo dei migranti. Alla fine non sarà costretto a usare quella tenaglia. Il gps guiderà lui e i suoi amici attraverso in un varco libero dai controlli della polizia ungherese.

GUARDA IL SERVIZIO DI “TERRA” SUL VIAGGIO DA BELGRADO A BUDAPEST

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Lo Stato Islamico compie un anno: i primi 365 giorni del Califfato nero

Sulla strada dissestata che da Byblos porta a Beirut un tweet ci informava della nascita dello Stato Islamico. Era il pomeriggio del 29 giugno di un anno fa. Ero arrivato in Libano due giorni prima e dopo un pomeriggio di mare sulle spiagge di Jounieh un cinguettio mi riportava alla realtà: 140 caratteri in cui sentivo per la prima volta la parola Daesh, acronimio di Dawla Islamiyya fi Iraq wa Sham, Stato Islamico in Iraq e Siria. Non potevo immaginare che da allora quel nome – in tutte le sue varianti: Isil (Islamic State of Iraq and the Levant), IS (Islamic State) o il più diffuso Isis (Islamic State of Iraq and Syria) – avrebbe riempito le orecchie, le menti e i discorsi di tutti.

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/04/29/isis-il-califfato-rilascia-certificati-di-nascita.-foto-shock-neonato-con-bomba-e-pistola-_368a5ae2-a919-49ff-8e82-7f69b4288233.html

Jarrah, bambino nato nello Stato Islamico il 23 aprile scorso: accanto a lui il certificato di nascita, una bomba a mano e una pistola (Twitter)

 

Solo un anno, ma sembra di più. 365 giorni trascorsi dall’inizio di una rivoluzione islamista che ha sconvolto milioni di vite e che ha ridisegnato i confini del cuore del Medio Oriente. Quell’area che una volta apparteneva a due stati diversi – Iraq e Siria – oggi è diventata un unico blocco pulsante.

Allora Beirut era distratta dai Mondiali di calcio ma nei bar e nei locali libanesi si percepiva un misto di timore e curiosità nei confronti di quell’entità nera nata a pochi chilometri dal Paese dei Cedri. Oggi quella nebulosa jihadista si è consolidata. Grazie a internet e alle televisioni l’Isis è entrato nelle case di tutti attraverso le immagini di decapitazioni; attraverso il volto coperto di Jihadi John e di quello terrorizzato del pilota giordano bruciato vivo; attraverso la distruzione di statue e reperti millenari e delle decine di video propagandistici degni di una produzione hollywoodiana. Dietro a quel mix di violenza e propaganda cresceva una nuova entità che si è mantenuta in vita grazie alla vendita di petrolio sul mercato nero, al contrabbandando di reperti archeologici e ai finanziamenti dei ricchi stati del Golfo.

 

Miliziani dello Stato Islamico con la bandiera del campo di addestramento Sheikh Abu Ibrahim (Twitter)

Miliziani dello Stato Islamico con la bandiera del campo di addestramento Sheikh Abu Ibrahim (Twitter)

E così in un solo anno, in quelle terre prima siriane e irachene, la vita è drasticamente cambiata. Perché, al di là della propaganda, oggi lo Stato Islamico è quel posto dove gli uomini si cospargono di colonia per nascondere l’odore del fumo di sigarette, ora rigorosamente vietate. E’ quella galassia di città e villaggi dove le radio sono sintonizzate su “Radio Isis”, perché se ascolti musica (proibita) ti becchi 10 frustate. E’ quello pseudo stato dove i negozi chiudono all’orario di preghiera (5 volte al giorno) e dove le donne sono figure nere che camminano per strada rasenti ai muri, coperte dalla testa ai piedi. Lo Stato Islamico è il posto dove i miliziani in nero hanno trasformato uno stadio di calcio in una prigione e in un centro di interrogatori e dove la piazza centrale di Raqqa (la capitale) è stata soprannominata “Saha Jahim” (Piazza Inferno) perché lì vengono giustiziati i rei, uccisi e lasciati a marcire al sole per giorni, come monito.

 

La piazza di Raqqa chiamata "Saha Jahim" (Piazza Inferno): teatro delle esecuzioni pubbliche (You Tube)

La piazza di Raqqa chiamata “Saha Jahim” (Piazza Inferno) teatro delle esecuzioni pubbliche (You Tube)

Per far rispettare le leggi è stata istituita la Hisba, la polizia religiosa. Vigilantes armati con lunghe tuniche in stile afgano che a bordo di Suv pattugliano le strade delle città per scovare (e punire) comportamenti non conformi alla Shari’a, la legge islamica. I poliziotti annusano i vestiti degli uomini (per sentire l’odore di sigarette) e rimproverano le donne considerate impropriamente velate o gli uomini che vestono in abiti occidentali o con acconciature “sconvenienti”.

Chi non rispetta le leggi viene punito. Prigione o frustate. Un numero imprecisato di persone sono state uccise perché ritenute pericolose per lo Stato Islamico o perché considerate troppo poco devote. Qualcuno è stato giustiziato nella pubblica piazza, altri sono spariti nel nulla. Ai famigliari più “fortunati” è stato recapitato un certificato di morte – che però non specifica dove si trovi il corpo del defunto e in quali condizioni – o un dvd contenente il video della decapitazione dello “scomparso”.

Dentro lo Stato Islamico chi è stato etichettato come infedele o “poco devoto” è costretto a portare sempre con se una bitaqa at-tawba, la carta del pentimento: un foglio che certifica il momento in cui di fronte a una corte ci si è pentiti del proprio passato “eretico”.

 

Chi è stato etichettato come infedele o “poco devoto” è costretto a portare sempre con se una bitaqa at-tawba: un foglio che certifica il momento il pentimento del proprio passato “eretico” (AP)

Chi è stato etichettato come infedele o “poco devoto” è costretto a portare sempre con se una bitaqa at-tawba: un foglio che certifica il pentimento del proprio passato “eretico” (AP)

Le imprese dell’Isis e la chiamata del Califfo a tutti i musulmani hanno attirato dentro i confini dello Stato Islamico uomini, donne, ragazzi e ragazze da tutto il mondo. Tunisini, egiziani, sauditi, giordani, libici. Ma anche musulmani inglesi, francesi, americani, belgi, spagnoli e svedesi. Oltre 16mila foreign fighters da più di 90 paesi (secondo il rapporto annuale del dipartimento di Stato americano) che nel 2014 hanno lasciato le loro famiglie per unirsi alle brigate che lottano per il Califfo Al Baghdadi.

Jarrah è nato il 23 aprile 2015. Una foto diffusa via Twitter lo mostra vicino al suo certificato di nascita con impressa la bandiera nera del Califfato, una pistola e una bomba a mano. I suoi occhi sono ancora chiusi. Quando li aprirà per lui inizierà una vita di indottrinamento. Un’esistenza devota al Califfo e al suo progetto di espansione di uno stato jihadista che molti, un anno fa, credevano destinato a disgregarsi nel giro di un’estate e che invece ora si prepara a festeggiare il suo primo anniversario.

twitter@elia_milani

 

 

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