Al confine tra Israele e Libano: tra bunker antimissile, cecchini e un nuovo muro di protezione

Betzalel ha 65 anni, una lunga barba grigia e occhiali da sole da cui non si separa mai. “Vedi quella casa laggiù”, mi dice indicando la cima di una collinetta distante 300 metri. “L’hanno appena costruita: dentro ci sono i cecchini”.
Betzalel vive a Misgav Am, un piccolo kibbutz nel nord di Israele a pochi metri dal confine con il Libano: 350 residenti e oltre 30 bunker antimissile.

Betzalel Lev-Tov, residente a MIsgav Am, un kibbutz sul confine tra Israele e Libano (Elia Milani)

“Dentro un bunker puoi vivere tutta la vita”, dice sorridendo mentre scendiamo le scale dirette al rifugio. “Qui c’è tutto: la doccia, un bagno, cibo, la televisione. Ora ci troviamo in un bunker pensato per i più piccoli”. Ci mostra i giocattoli e le palline colorate che riempiono la stanza: oggetti indispensabili per intrattenere i bambini del vicino asilo che in caso di attacco sono stati istruiti su come mettersi al riparo.

   — IL VIDEO DEL VIAGGIO AL CONFINE TRA ISRAELE E LIBANO —

Israele da una parte, il Libano dall’altra. Due paesi nemici che si fronteggiano lungo il confine dove è ancora vivo il ricordo delle guerre del 1982 e del 2006. Il sud del Paese dei Cedri è controllato da Hezbollah: il “partito di Dio” fa parte del governo di Beirut ma più di tutti gli altri gruppi politici libanesi minaccia Israele attraverso i velenosi proclami del suo leader Hassan Nasrallah.

Oltre la rete, le colline del Libano (Elia Milani)

“In tutta quest’area ci sono 280 villaggi controllati da Hezbollah e dal regime iraniano”, racconta Betzalel mentre mostra una vasta area oltre la rete di recinzione. “Hanno scavato bunker da cui possono lanciare missili con un raggio di 350 km. Paradossalmente è più sicuro stare qui piuttosto che a Tel Aviv o Haifa: se vogliono colpirci non sprecano certo un missile da una tonnellata e mezza… contro di noi possono usare semplici mortai, lancia razzi o i cecchini”.

Dal racconto di Betzalel non traspare nessuna preoccupazione. “Mi chiedi se ho paura? Ho paura della mia seconda moglie non di Hezbollah”, ci dice sorridendo. Perché a tutto questo lui è abituato. Da oltre 40 anni vive sulla propria pelle la tensione tra i due paesi. E ci tiene a ripetere che “la situazione da 12 anni non è mai stata così tranquilla”.

Un soldato dell’UNIFIL segue la costruzione della nuova parte del muro voluto da Israele iniziata lo scorso febbraio (Reuters)

Dopo la guerra del 2006 molte cose sono cambiate. Sul confine sono tornati i caschi blu della missione UNIFIL, la forza di interposizione Onu, che opera nell’area con 10.460 soldati da 41 paesi, 1100 dei quali sono italiani.

“La retorica che si legge nei giornali non corrisponde alla verità, qui la situazione è tranquilla”, ci dice Andrea Tenenti, portavoce dell’UNIFIL. “In tutti i nostri pattugliamenti, più di 450 giorno e notte, a piedi, con veicoli o con elicotteri non abbiamo visto una situazione tale da farci sospettare che ci siano armi che entrano nel sud del paese”.

Il riferimento è alle accuse lanciate dal governo di Gerusalemme nelle settimane scorse. Secondo i militari israeliani Hezbollah – con l’aiuto dell’Iran – starebbe trasformando il sud del Libano in una fabbrica di armi pronta a colpire Israele.

Una bandiera di Hezbollah sventola vicino al confine con Israele (AFP)

“Oggi Hezbollah può mettere in atto cyber-attacchi o colpire con i droni: possiede una tecnologia che non aveva 12 anni fa”. A parlare è Kobi Marom, ex comandante dell’esercito israeliano ora esperto di sicurezza. “I miliziani sono arretrati di qualche chilometro dopo la guerra del 2006 e hanno costruito bunker, tunnel e siti per i missili sotto le case di civili o anche sotto scuole e ospedali: ma noi sappiamo esattamente dove si trovano tutti questi nascondigli”. Come a dire che in caso di conflitto i jet di Gerusalemme sarebbero in grado di colpire chirurgicamente.

Il muro di protezione lungo 1.2 km è stato costruito da Israele nel 2012 vicino al confine: da febbraio è in fase di ampliamento. Subito dietro la barriera è possibile vedere una moschea libanese (Elia Milani).

Intanto per ridurre il rischio infiltrazioni nemiche il governo di Israele ha deciso di ampliare il muro di protezione costruito nel 2012 che corre per oltre un chilometro lungo il confine. A inizio febbraio le ruspe e gli operai – sotto l’occhio attento dell’UNIFIL – hanno iniziato a ampliare la barriera alta sette metri attrezzata con telecamere e sensori di movimento.

Ma pochi giorni fa un ragazzo libanese con problemi psichici è riuscito ad attraversare il confine e ad entrare a Metula, una piccola città israeliana a pochi metri dal muro. E’ stato interrogato e rimandato indietro immediatamente. 

“Capita che i sostenitori di Hezbollah vengano a sventolare le loro bandiere al confine”, ci racconta Rut, diciottenne che lavora in una boutique hotel in stile Bauhaus nel centro di Metula. “Poco tempo fa Hezbollah ha piantato una bandiera con una scritta in arabo: ‘attenti stiamo arrivando’. Per assicurarsi che capissimo il messaggio lo hanno scritto anche in ebraico”.

Rut, 18 anni, vive a Metula, una piccola città a pochi metri dal confine con il Libano (Elia Milani)

Ma Rut, nonostante la giovane età, è abituata alle minacce. Non ha paura perché, come ripete, niente è come la guerra, quella vera, che ha sperimentato nel 2006. “Avevo sei anni ed ero a giocare nel salotto quando un gruppo di soldati israeliani è entrato in casa e mi ha detto di andarmene: da quel momento tutto l’edificio era sotto il controllo dell’esercito”.

Dodici anni dopo quella guerra durata 34 giorni ora sul confine regna una calma apparente. “Io oggi sono serena… e sono sicura che anche dall’altra parte ci siano persone come me, che non vogliono una guerra ma solo essere felici e godersi la vita”.

twitter@elia_milani

 

Isaac, il sopravvissuto alla Shoah costretto a vendere accendini per le strade di Israele

Come ogni mattina Isaac si sveglia, fa colazione con la moglie Golda mentre accarezza i suoi gatti Shula e Lucky. Insieme all’inseparabile bastone esce dal suo appartamento al quarto piano di una palazzina alla periferia di Beer Sheva e, a fatica, scende le sette rampe di scale spingendo avanti a sé il carrello pieno di oggetti che spera di vendere per strada durante il corso della giornata.

Isaac, Beer Sheva, gennaio 2018

“Ogni giorno, dal mattino, mi metto a vendere penne, pile e accendini per portare a casa qualche soldo in più”, racconta Isaac mentre sistema su una coperta marrone i barattoli pieni di oggetti comprati a uno shekel e rivenduti a due. “Qui a Beer Sheva c’è una grande università e molti studenti si fermano a comprare qualcosa. Al giorno porto a casa l’equivalente di 10-15 euro”.

Isaac è un superstite della Shoah, uno degli 85mila ebrei sopravvissuti all’Olocausto che vivono sotto la soglia di povertà. E a 81 anni non avrebbe mai pensato di finire a vendere accendini per strada. 

Isaac Segal, 81 anni, sopravvissuto alla Shoah

Oggi Isaac è malato e non ce la fa ad arrivare a quella che chiama “la sua postazione”, il supermercato a 300 metri da casa dove tutti lo conoscono. “La gente gli vuole bene, gli compra spesso qualcosa da mangiare”, racconta la commessa Hanna. “Fa male vedere una persona con la sua storia costretta a fare l’ambulante”.

“Molti gli fanno piccole offerte”, dice Bar, giovane addetto alla sicurezza. “A quel punto lui inizia a raccontare lunghe storie sull’Olocausto e su quello che ha passato quando era in Romania durante la guerra”.

CLICCA E GUARDA IL VIDEO DELLA STORIA DI ISAAC

Perché prima di diventare un povero anziano costretto a fare il venditore ambulante per comprarsi da mangiare Isaac ha provato sulla sua pelle la vera sofferenza: aveva 8 anni quando la seconda guerra mondiale ha sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia.

Continua a leggere

Nazionalisti, pacifisti, bamboccioni e ultraortodossi: giovani israeliani alle prese con la leva militare

Eden e Neriya parlano del loro futuro con occhi sognanti: tra pochi mesi lasceranno le loro famiglie per andare a combattere con Tzahal, l’esercito israeliano. Saranno tre anni di servizio militare per Neriya, due per Eden. “Non abbiamo paura, ora tocca alla nostra generazione difendere la nostra terra”.

Neriya e Eden, studenti del “pre-army program” nella scuola di Kfar Adumim, Cisgiordania

I due ragazzi, entrambi 18 enni, raccontano i loro sogni seduti dentro l’aula di una Mehina (una scuola preparatoria alla carriera militare) mentre tengono tra le mani il loro libro preferito, un volume azzurro sulla storia del Sionismo. Questa scuola si trova a Kfar Adumim, in una terra che gli israeliani chiamano Giudea, che i palestinesi chiamano Palestina e che la comunità internazionale definisce territorio occupato.

Eden e Neriya fanno parte di quella fetta della società israeliana che crede fortemente nei valori della patria e che non vede l’ora di servire il proprio paese così come hanno fatto in passato fratelli, sorelle e prima ancora i genitori.

 

CLICCA E GUARDA IL SERVIZIO SULLE STORIE DEI GIOVANI ISRAELIANI NELL’ESERCITO    Video Terra!: Le stellette di Davide –

Ma i libri sul sionismo e il patriottismo che si respira nelle Mehina non sono per tutti. Nonostante uno dei più alti tassi di reclutamento al mondo, molti in Israele si rifiutano di unirsi a Tzahal. Esenti dal servizio militare sono gli arabi con cittadinanza israeliana, le donne sposate o con figli, gli ebrei ortodossi che studiano nelle yeshiva (le scuole ebraiche) o le donne religiose che scelgono il servizio civile. Esente dalla leva anche chi dichiara di essere pacifista o chi dimostra di avere problemi fisici o mentali. Pochissimi sono gli israeliani esenti perchè riconosciuti obiettori di coscienza.
Una di loro è Tamar Ze’evi 20 enne di Gerusalemme che un anno fa ha rifiutato di arruolarsi nell’esercito per motivi politici e che per questo ha trascorso 115 giorni in prigione.
 

Continua a leggere

Da Israele arriva la app per combattere il cyberbullismo

“Il bullismo c’è da sempre, ma ai tempi dei nostri genitori tutto finiva una volta rientrati tra le mura di casa. Oggi il bullismo è 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Quando un bambino torna da scuola continua ad essere bullizzato attraverso gli smartphone: per lui non esistono più posti sicuri dove rifugiarsi”.

Hanan Lipaskin è israeliano, ha 29 anni e fa l’ingegnere informatico a Gerusalemme. E’ lui l’anima di Keepers Child Safety la start up nata un anno e mezzo fa che ha inventato Keepers, una app per combattere il cyber bullismo: un mezzo a portata di smartphone che permette ai genitori di sapere in tempo reale se i figli vengono insultati o minacciati sui social.

Hanan Lipskin, Ceo di Keepers Child Safety   

 

GUARDA IL VIDEO  Da Israele all’Italia arriva l’app contro i bulli – Video Tgcom24 

 

“Se il bambino manda o riceve un messaggio su Whatsapp, Facebook, Snapchat e Telegram e l’algoritmo riconosce la conversazione come “cattiva” viene subito inviato un avviso ai genitori”, spiega Hanan. “Una volta che le informazioni sono giunte a destinazione i dati vengono cancellati dai nostri server per mantenere la privacy dell’utente”.

Il codice (in ebraico) utilizzato dagli ingegneri informatici di Keepers

In pochi mesi l’applicazione ha permesso di fermare molti casi di bullismo in Israele. “C’erano ragazzi che sui social minacciavano di picchiare alcuni compagni all’uscita della scuola”, racconta il giovane ingegnere informatico. “L’applicazione ha riconosciuto il pericolo e ha avvisato i genitori che sono intervenuti”.

Il lavoro di Keepers Child Safety è cominciato un anno e mezzo fa in seguito a un episodio di cyberbullismo che ha colpito da vicino Arik Budkov, uno dei fondatori della start up. Il miglior amico di suo figlio di 12 anni ha tentato il suicidio provando a lanciarsi giù da un ponte di Gerusalemme perché preso di mira dai compagni di classe che lo insultavano e lo chiamavano “gay”.

Il team della start up Keepers Child Safety – Gerusalemme

L’applicazione è stata lanciata sul mercato il 29 giugno: è sbarcata negli Stati Uniti, in Austria, Germania, Svizzera, Vietnam, Regno Unito ed ora anche in Italia dove in sole due settimane ha raggiunto oltre 5mila utenti.

“Ogni giorno il nostro sistema monitora oltre 2 milioni di messaggi”, racconta orgoglioso Hanan. “L’algoritmo che segue il mercato italiano ci segnala che gli utenti tra i 7 e i 14 anni scrivono messaggi razzisti e dai contenuti sessualmente molto espliciti.
Il nostro obiettivo ora è migliorare la nostra app: in Italia ci sono tanti dialetti e gli insulti usati dai ragazzi variano da regione a regione, da nord a sud, da est a ovest…è un bel casino per noi ingegneri! Ora stiamo perfezionando l’algoritmo in modo che possa riconoscere queste parole ed essere ancora più efficiente”

Twitter@elia_milani

 

 

 

 

Caschi Bianchi: una storia tra guerra, Oscar e polemiche

“La vera vittoria non è stato l’Oscar… la vera vittoria è essere riusciti a salvare anche oggi una bambina colpita dalle bombe piovute su Idlib”.

A parlare è Khaled Kateeb, uno dei 3300 volontari di White Helmets, i caschi bianchi siriani, organizzazione umanitaria nata durante la guerra civile che lotta per salvare le vittime dei bombardamenti in Siria. La pellicola prodotta da Netflix che racconta le loro storie ed è stata premiata alla notte degli Oscar come miglior cortometraggio.

I Caschi Bianchi salvano una bambina a Idlib nelle stesse ore in cui il cortometraggio White Helmets viene premiato con l’Oscar a Los Angeles (Twitter)

White Helmets è una storia che parla di eroi. In 40 minuti il regista Orlando von Einsiedel racconta le esperienze di tre componenti del gruppo alternando riprese amatoriali, video effettuati sul luogo e interviste: un vero e proprio racconto degli orrori della guerra civile siriana.

Eppure da tempo l’organizzazione è al centro di polemiche per presunti legami con gruppi estremisti e per la provenienza dei finanziamenti che le permettono di andare avanti. La nebulosa siriana è indecifrabile: difficile conoscere in maniera netta e chiara i confini che separano le dozzine di gruppi attivi nella guerra.

I detrattori dei Caschi Bianchi parlano di un gruppo sostenuto dai governi di Washington, Londra e Berlino il cui vero scopo sarebbe promuovere la caduta di Bashar al Asad. I video dei White Helmets indicano come responsabili di tutte le atrocità il dittatore siriano e il suo alleato russo Putin rendendo agli occhi dell’Occidente ancora più urgente e necessario un cambio di regime in Siria.

Chi attacca i White Helmets parla di un gruppo costituito da soggetti legati a gruppi jihadisti vicino ad Al Qaeda e da veri e propri “manipolatori digitali” in grado di produrre video artefatti, inscenando falsi salvataggi per uno scopo non umanitario ma politico.

La pagina Twitter dei White Helmets – Idlib (Twitter)

Hollywood – e gran parte della comunità internazionale – non credono a queste accuse. I Caschi Bianchi sono stati candidati al Premio Nobel per la Pace nel 2016, hanno vinto la statuetta nel 2017 e ora George Clooney sta già pensando di girare un film sulla loro storia.

La politica di Washington invece sembra più cauta. Nei giorni precedenti alla premiazione a Los Angeles le autorità statunitensi per l’ immigrazione hanno vietato l’ingresso nel Paese al direttore della fotografia del cortometraggio, Khaled Khateeb, 21 anni, siriano. Khateeb sarebbe stato trattenuto in Turchia dopo aver già ottenuto il visto per entrare negli Usa.

twitter@elia_milani

Troppi morti nelle città siriane: arrivano i cimiteri multi-piano

Cimitero Duma, Siria

Gli addetti alla costruzione del cimitero multi-piano, Duma, Siria (foto Consiglio della città di Duma)

In Siria non c’è più spazio nemmeno per i morti. Troppi i cadaveri rimasti vittima di una guerra civile che dura ormai da cinque anni e mezzo. Nei cimiteri di Duma, città a 10km a a nord-est di Damasco, è impossibile seppellire i nuovi defunti. E così i 110mila abitanti sopravvissuti alla guerra si sono inventati un nuovo modo per dare una degna sepoltura ai propri cari: costruire cimiteri su più livelli per permettere ai morti di riposare nella terra dove sono nati e cresciuti.

In questa parte della Siria è impossibile pianificare la costruzione di nuovi cimiteri. Le autorità hanno quindi optato per la creazione di “necropoli in verticale” che fa rassomigliare i cimiteri musulmani a moderne catacombe a cielo aperto, loculi costruiti uno sopra l’altro.

Cimitero Duma, Siria

Inumazione di un defunto nel cimitero di Duma (foto Consiglio della città di Duma)

“Mano a mano che i nostri morti aumentavano li seppellivamo fuori dalle mura della città”, racconta Adnan Mudvir, il responsabile del cimitero di Duma. “Il numero dei cadaveri cresceva a dismisura e così abbiamo iniziato a seppellire i nostri morti in cimiteri a più strati“.

Al posto di gettare i cadaveri nelle fosse comuni le autorità di Duma hanno destinato 40 metri quadrati per accogliere le vittime dei bombardamenti russi e del regime siriano. Sono stati pianificati sei livelli, ognuno dei quali sarà in grado di accogliere migliaia di loculi vuoti che, si teme, verranno riempiti nel giro di pochi mesi.

Cimitero di Duma, Siria

Gli addetti alla costruzione del cimitero multi-piano, Duma, Siria (foto Consiglio della città di Duma)

“Siamo costretti a costruire un cimitero simile perché ogni giorno vengono uccise dozzine di persone”, ha raccontato all’Anadolu Agency Halid Ballah, impiegato nel cimitero della città.

Cimitero Duma, Siria

Un addetto alla manutenzione del cimitero di Duma (foto Consiglio della città di Duma)

Nell’agosto 2015 un bombardamento dei caccia di Assad su Duma ha causato la morte di 115 persone. Ad oggi il numero dei morti causati della guerra civile è stimato tra i 250 e i 470 mila. E la guerra non si ferma. Il numero delle vittime e di questi nuovi cimiteri multi-piano è destinato inevitabilmente a salire.

twitter@elia_milani

Il musaharati, la “sveglia” del Ramadan

Il suono del tamburo riempie le vie buie della città. Yağup batte un colpo. Poi un altro. E inizia a intonare una litania che parla di Allah e dei doveri del buon musulmano. Negli stretti vicoli di Kasımpaşa, un quartiere di Istanbul, i turchi addormentati riaprono gli occhi e corrono a mangiare l’ultimo pasto prima che faccia luce. Yağup è un musaharati, il suonatore di tamburo attivo solo durante Ramadan, il mese sacro per tutti i musulmani.

 

Yağup Kapcak, musaharati turco per le strade di Istanbul, Turchia (Oscar Durand, Istagram)

Yağup Kapcak, musaharati turco per le strade di Istanbul, Turchia (Oscar Durand, Istagram)

 

Tra lunedì 6 giugno e martedì 7 è iniziato il nono mese del calendario islamico. Da allora fino al 5 luglio i buoni musulmani si asterranno dal mangiare, dal bere, dal fumare e dall’avere rapporti sessuali dall’alba al tramonto.

I fedeli del profeta Maometto rompono il digiuno solo durante l’iftar, in genere un pasto breve e ricco di zuccheri (spesso datteri e latte). Poi, intorno a mezzanotte, è tempo di consumare una cena più sostanziosa insieme ad amici e parenti prima di addormentarsi.

Ed è qui che entrano in scena i musaharati come Yağup. Verso le 4 del mattino escono di casa, iniziano a camminare per le vie della città suonando e intonando canti per risvegliare i fedeli addormentati. La loro voce ricorda a tutti di consumare al più presto il suhur, l’ultimo pasto prima del digiuno che inizia con il sorgere del sole. Perché, come è scritto nel Corano (nella Sura della Vacca), durante il Ramadan è possibile mangiare e bere per tutta la notte “fino a quando (la luce) permetterà di distinguere un filo bianco da un filo nero”.

Yağup Kapcak, musaharati turco, insieme al nipote Aşır, Istanbul, Turchia (<em>Oscar Durand, Istagram</em>)

Yağup Kapcak, musaharati turco, insieme al nipote Aşır, Istanbul, Turchia (Oscar Durand, Istagram)

 

Il suono del tamburo e della voce del musaharati risuona nelle strade della città tenendo viva una tradizione che risale al periodo Ottomano. Per chi non vuole essere svegliato nel bel mezzo della notte si tratta però di una seccatura, tanto che in alcune aree delle città musulmane di tutto il mondo è stato proibito ai musaharati di esercitare la loro professione. Al loro posto nuovissime applicazioni per smartphone (o semplici sveglie) che ricordano ai fedeli i doveri a cui sono chiamati durante il Ramadan.

Yağup Kapcak, musaharati turco (Oscar Durand, Instagram)

Yağup Kapcak, musaharati turco, Istanbul (Oscar Durand, Instagram)

twitter@elia_milani

Viaggio a Molenbeek, il quartiere nascondiglio dei terroristi dell’Isis

Che sei arrivato a Molenbeek, lo capisci dalle barbe sempre più lunghe dei ragazzi poco più che ventenni che camminano con le loro jallabie marroni o bianche uno a fianco all’altro.
“Sono un giornalista italiano…”, faccio a uno di loro.
“E quindi?”, mi risponde il ragazzo con un tono di sfida prima di squadrarmi da capo a piedi, sputare per terra e andarsene.
Benvenuti nel quartiere di Bruxelles diventato il nascondiglio dei terroristi islamici.

Molenbeek, Bruxelles (Getty Images)

Molenbeek, Bruxelles (Getty Images)

“Non è vero nulla di quello che si dice, qui il quartiere è tranquillo”, mi racconta un signore turco appena uscito dalla moschea.
“Ma è vero che la gente protegge i terroristi?”, gli chiedo.
“Mi spiace non ti posso rispondere… ho troppi amici qui… e loro sanno che sto parlando con te”.

Nelle strade costellate da macellerie halal, fruttivendoli, pasticcerie che sfornano squisiti dolci al miele e alle mandorle sono passati tanti terroristi. Jihadisti del calibro di Dahmane Abdelsattar, uno degli assassini di Ahmad Massud, il “leone del Panshir” che combatteva i talebani in Afghanistan e che avrebbe potuto scovare Bin Laden se non fosse stato ucciso il giorno prima dell’attentato alle torri gemelle.
Da Molenbeek arrivano anche Youssef e Mimoun Belhadj e Hassan al Haski, le menti degli attentati di Madrid dell’11 marzo 2004.
Amedy Coulibaly, il terrorista del market kosher di Parigi, si è procurato armi ed equipaggiamento proprio dove Salah Abdeslam è rimasto nascosto per quattro mesi libero di muoversi e di comunicare con gli altri membri del commando jihadista.

Operazione di polizia a Molenbeek il 16 novembre 2015 (Getty Images)

Operazione di polizia a Molenbeek il 16 novembre 2015 (Getty Images)

La casa dove si nascondeva Salah è un caseggiato anonimo con le pareti sbiadite e rovinate vicino a una farmacia sempre molto frequentata. Difficile che nessuno abbia notato movimenti strani nella via dove si nascondeva il super ricercato.
“È vero, ci sono tante persone che proteggono i terroristi qui”, racconta Nadir, 40 anni, kossovaro che ha vissuto in Italia. “Ma non siamo tutti terroristi, qui è pieno di gente onesta che vuole solo vivere serena”.

“Il problema è la mancanza di lavoro e lo spaccio di droga”, ci dice uno studente universitario che lavora a Molenbeek come tassista. “Ma lo Stato non si può nascondere dietro il degrado: ora deve dirci come ha fatto Salah a restare latitante per 127 giorni senza che la polizia lo scoprisse”.

GUARDA IL SERVIZIO SUL VIAGGIO NEI QUARTIERI DEI TERRORISTI

 Il punto su Bruxelles

La risposta a questa domanda sembra avercela Dimitri, professore di filosofia che per anni ha vissuto nel quartiere prima di trasferirsi a Berlino. “Molenbeek è come uno stato parallelo dove regnano una subcultura e leggi diverse da quelle di Bruxelles, soprattutto tra i giovani“, ci dice. “Qui siamo alla terza generazione di immigrati. Sono questi giovani senza lavoro che subiscono più di altri la fascinazione della propaganda dello Stato Islamico”.

La sera scende. I ragazzi per strada aumentano. Passando vicino a un gruppo di giovani fuori da un bar di fronte al comando di polizia si respira un forte odore di hashish. “Ma che terroristi! Noi vogliamo solo lavorare”, dice un ragazzo alto con i capelli ingellati che per anni ha vissuto a Torino in zona Porta Palazzo.

"De Vaartkapoen", la scultura di Tom Frantzen a Molenbeek (Pinterest)

“De Vaartkapoen”, la scultura di Tom Frantzen a Molenbeek (Pinterest)

A qualcuno la nostra presenza inizia a dare fastidio. La polizia in assetto antisommossa ci prende in disparte: “È meglio se andate via adesso. Non è sicuro”.
Mentre ci allontaniamo in macchina notiamo per la prima volta una statua all’entrata del quartiere: un ladruncolo nascosto dentro un tombino fa lo sgambetto a un poliziotto che, con una faccia stupita, perde l’equilibrio. Una metafora perfetta per Molenbeek.

twitter@elia_milani

In fuga dalla guerra con una Play Station sotto braccio: una storia dalla Libia

Cosa porteresti con te se dovessi scappare da una città bombardata? Quale oggetto metteresti sotto braccio e porteresti fuori dalla tua casa che sta per essere presa di mira dai soldati dell’Isis? Può sembrare una domanda difficile. Non per Ahmed e Bilal due ragazzi libici che vivono a sud di Tripoli.

Loro la guerra la vedono tutti i giorni. La Libia dei sequestri, dell’Isis, e delle milizie jihadiste la respirano ogni mattina nelle strade del loro quartiere. E quando i due sono stati costretti a scappare dalla loro città non hanno avuto dubbi: hanno portato con sé solo la loro Play Station.

(Reuters)

(Reuters)

“Con loro mi diverto a giocare online a Call of Duty, mi racconta Manuel, 13enne veneto appassionato di giochi di guerra e amico virtuale di Ahmed e Bilal. “Hanno la mia età, ma da come parlano sembrano più grandi… sarà per quello che hanno passato…”.

Discorsi tra ragazzi nelle chat virtuali. La guerra vera fuori di casa, quella virtuale “combattuta” chattando con gli amici che vivono dall’altra parte del Mediterraneo da dove presto potrebbero arrivare nuove bombe.

E fa sorridere che Ahmed e Bilal, in fuga da pallottole e colpi di mortaio veri, abbiano salvato solo quella consolle che gli permette di sparare proiettili virtuali a coetanei che la Libia non sanno nemmeno dove si trova.

twitter@elia_milani

Viaggio al confine tra Macedonia e Grecia, il fronte più caldo del sud Europa

“Fa freddo, ma almeno non piove”. Quindici giorni fa la più grande preoccupazione di Hussein Alì era legata al clima. Questo ragazzo alto e con gli occhi sorridenti – afghano sciita di Kunduz – camminava tranquillo insieme a due amici tra le tende del campo profughi di Gevgelija, in Macedonia.

 

Il confine tra Macedonia e Grecia

Il muro di filo spinato a Idomeni, al confine tra Macedonia e Grecia (Ansa)

“Nella mia città i talebani e l’Isis vogliono tagliare la testa a noi sciiti”, raccontava subito dopo aver attraversato il confine. Nelle sue parole la preoccupazione per la sua famiglia rimasta a Kunduz, nei suoi occhi la speranza per il futuro e il sogno di un’Europa sempre più vicina.

“Ho amici della mia città che stanno scappando, tra qualche giorno saranno qui”, diceva. Purtroppo in 15 giorni la situazione è cambiata qui al confine sud dell’Europa. Oggi gli amici di Hussein Alì non sono più i benvenuti. Possibile che proprio ragazzi come loro fossero tra i profughi che il 29 febbraio hanno tentato di sfondare il muro di ferro costruito sul confine greco.

Quindici giorni fa al confine c’erano già i primi blocchi: si facevano passare solo siriani, iracheni e afghani. Per gli altri il viaggio della speranza finiva.

Da settimana scorsa anche gli afghani sono stati bloccati: nessun permesso di accesso in Serbia e Macedonia. Venerdì 26 febbraio Slovenia, Croazia, Serbia e la stessa Macedonia hanno imposto un limite di 580 accessi giornalieri nel tentativo di scoraggiare le partenze per la cosiddetta “rotta balcanica”. E così giorno dopo giorno il campo profughi di Idomeni, in Grecia, a 50 metri dal confine macedone, si riempiva di nuovi arrivati.

 

GUARDA IL SERVIZIO DI “TERRA” SUL VIAGGIO AL CONFINE MACEDONE 

 Europa alla frutta

 

A controllare la zona non solo la polizia di Skopje ma anche le forze dell’ordine inviate da Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia a difesa del confine di un paese che non fa parte dell’Unione Europea ma che di fatto è diventato l’ultimo baluardo contro l’ondata migratoria da sud.

Ma la gente non si ferma. Ieri gli scontri e la tensione alle stelle.

Solo 15 giorni fa tutto sembrava più tranquillo. Il flusso continuava regolare. “Qui passano una media di 2500 persone al giorno”, ci aveva detto Jesper Provin Jensen, responsabile Unicef del campo profughi.

Oggi gran parte di quelle persone sono bloccate in Grecia. Ma non hanno nessuna intenzione di fermarsi.

Solo 15 giorni. Tanto basta di questi tempi a trasformare un luogo di transito nei Balcani nella zona più calda d’Europa.

twitter@elia_milani